mercoledì, 12 luglio 2006

FIESTA



Il Comitato Centrale di Noproject è felici di invitarti alla festa di chiusura del ciclo di seminari di Noproject 2006.
Vieni numeroso e, oltre all'autan, porta chi vuoi.
 
Barrios' Café, Via Barona, angolo Via Boffalora, sabato 15/7, dalle 22.30.
noproject
P.link ¦ commenti
categoria : segnalazioni





giovedì, 29 giugno 2006

C'è del marcio (forse)

Dalla mailing list Rekombinant, giriamo un breve (tutto è relativo) saggio sul modello danese



Luci ed ombre del modello danese
di Bruno Amoroso, Università di Roskilde

(Relazione al Convegno svoltosi, presso la Facoltà di Economia "Federico Caffè" dell'Università di Roma 3, il 21 febbraio 2006)


Il tema assegnatomi nasce dall'interesse suscitato di recente dalle ripetute affermazioni sul modello danese avanzate dall'Unione Europea, da paesi singoli come la Francia e la Germania e infine dall'organizzazione Internazionale del Lavoro[i] che nelle loro elaborazioni sulle strategie per l'occupazione hanno indicato la Danimarca come un buon esempio da seguire, una "buona pratica" secondo il linguaggio corrente delle organizzazioni internazionali. A questi vanno aggiunti i numerosi studi sull'argomento, sia di autori scandinavi sia di altri paesi, che avvalorano questo interesse[ii]  e l'impatto che ciò sta avendo anche nel dibattito italiano dove i problemi in questione, come vedremo tra poco, sono giustamente considerati cruciali anche per le scelte economiche e politiche italiane.

Il riferimento alla Danimarca nel dibattito sulla flexicurity, cioè sul modo di combinare la flessibilità del mercato del lavoro con la sicurezza sociale dei dipendenti, include numerosi altri aspetti come l'efficiente organizzazione macroeconomica, le capacità di innovazione economica e di riforma istituzionale, gli alti livelli di formazione professionale, e infine la cooperazione tripartitica a tutti i livelli capace di creare consenso non solo sulle iniziative specifiche ma anche sugli obiettivi generali del sistema e delle politiche da seguire. Il tema è ovviamente complesso anche per il carattere necessariamente limitato di una introduzione ad una discussione come questa. Per questa ragione ho scelto di seguire una forma espositiva che richiama i problemi e le connessioni esistenti tra i problemi sollevati, che fornisce i dati base di riferimento per la discussione e le ricerche in corso, che colloca la situazione attuale nel quadro storico di riferimento della Danimarca e dell'economia mondiale in generale e, infine, richiama i punti critici irrisolti e sui quali esiste anche in Danimarca un forte dibattito, anche se meno conosciuto.

Anzitutto qualche premessa teorica, che serve anche a circoscrivere i temi in discussione. Nel dibattito ricorrono due concetti principali: 1) il modello danese di flexicurity; 2) i sistemi di welfare scandinavo o nordico. Il modello danese della flexicurity è il tentativo attualmente in corso di riformare sul tema specifico del mercato del lavoro il sistema di welfare scandinavo presente in Danimarca da oltre un secolo, adattandolo ai sistemi di flessibilità del lavoro e della produzione delle nuove forme di organizzazione della produzione e di competitività richieste dalla globalizzazione capitalistica.

Fasi di innovazione e riforme si sono già verificate nel passato, ma dentro il paradigma del welfare scandinavo che ne è uscito rafforzato. La flexicurity contesta invece le basi di questo paradigma e ne mette in questione i valori e le pratiche sociali che ne rendono possibile il funzionamento. Quindi welfare scandinavo e flexicurity sono due realtà distinte che si sono venute variamente intrecciando nel corso degli ultimi 15 anni, e che da un lato spiegano il successo della flexicurity in questo paese, dall'altro provocano l'invitabile sorgere di nuove contraddizioni rispetto al funzionamento e agli obiettivi del modello scandinavo. 

Nel dibattito danese le tesi a confronto non riguardano il bisogno di forti riforme del sistema sociale e economico alla luce del nuovo quadro internazionale, ma la direzione che queste devono assumere: se cioè vanno seguite le indicazioni della flexicurity, che accrescono ulteriormente i fattori di flessibilità del mercato del lavoro mediante una sua crescente decentralizzazione ed individualizzazione delle forme contrattuali, accompagnate dalla eliminazione del principio del reddito sociale di cittadinanza introdotto negli anni Settanta, oppure non si debbano rafforzare le strutture di welfare su linee divergenti da questa. Quest'ultima opzione significa mettere l'accento sulla maggiore capacità del sistema produttivo di offrire occasioni di lavoro attraenti per i lavoratori (qualità del lavoro e piena occupazione) e di sfruttare le nuove opportunità offerte dalle tecnologie per rendere il lavoro maggiormente adattabile ai bisogni dei cittadini, delle famiglie, ecc.).

La Commissione per la riforma del welfare danese istituita dal governo conservatore-liberale mette l'accento sulla linea della flexicurity, cioè sul bisogno di riportare le forme di "reddito sociale" dentro i limiti della compatibilità con i bisogni di riduzione dei costi e di efficienza del mercato del lavoro. La Commissione Alternativa per la riforma del welfare, sostenuta da sindacati e varie organizzazioni di base, ritiene inappropriato in presenza dei riconosciuti successi del modello sociale danese, proporre una riforma che sbilanci la sua componente sociale a favore di asseriti criteri di efficienza e di bilancio.

In conclusione, il problema al centro dell'attenzione e delle controversie non è quello della flessibilità tout court, che è da sempre una caratteristica di questi sistemi di welfare e rispetto alla quale la flexicurity porta poco di innovativo, ma il tentativo di quest'ultima di sostituire la centralità del sistema socio-economico e dei suoi meccanismi di funzionamento collettivamente negoziati e solidaristici, con la centralità del mercato del lavoro e di un sistema di rapporti sociali individualizzati e competitivi.

La mia esposizione si articola su due punti:

1) Il sistema danese di flexicurity.

2) Il contesto storico dell'economia e del mercato del lavoro danese ed il modello di welfare scandinavo.


1) Il sistema danese di mercato del lavoro e la flexicurity

Il modello danese del mercato del lavoro ha oggi una forma ibrida poiché è tuttora fortemente strutturato sulle forme del welfare scandinavo, ma con riformulazioni e cambiamenti in direzione della flexicurity, cioè di un modello neoliberista di gestione dell'economia e del mercato del lavoro. La versione ufficiale del governo definisce il sistema della flexurity danese come un "triangolo d'oro", i cui flussi principali si articolano su tre punti di riferimento:  
A) Flessibilità del mercato del lavoro
B) Sistema di welfare
C) Politiche attive del mercato del lavoro


FLESSIBILITÀ
Nello schema la flessibilità fa riferimento alla flessibilità numerica, cioè al numero di dipendenti che ogni anno cambia lavoro, da un'azienda a un'altra, attraversando un periodo di disoccupazione. Su un numero di 100 persone (ad es.) che perde il lavoro e che riceveranno per il periodo corrispettivo sussidi di disoccupazione, 80 lo ritrovano in modo autonomo mentre 20 dovranno rivolgersi al sistema delle politiche attive per ricevere sostegno al loro eventuale reinserimento nel lavoro (corsi di riqualificazione, job training, ecc.).

Esiste un alto livello di mobilità da un posto di lavoro all'altro dovuto alla scarsa protezione del posto di lavoro in Danimarca. Le frecce indicano i movimenti dei lavoratori in mobilità e si calcola che circa il (25%-35%) cambia datore di lavoro ogni anno e circa 1/3 - ¼ della forza lavoro è colpita da disoccupazione e riceve sussidi di disoccupazione o di supporto. Dal punto di vista della flessibilità il modello danese è molto vicino ai sistemi liberali prevalenti in Canada, Irlanda, Gran Bretagna e Stati Uniti.

La mobilità danese è la più alta in Europa, con un indice pari a 138 rispetto a 100 dell'UE. Tra i Paesi nordici la Danimarca si colloca all'ultimo posto per la protezione del posto di lavoro ed è la quintultima dei paesi OCSE seguita da Canada, Irlanda, Gran Bretagna e Stati Uniti. Alla flessibilità numerica dovuta alla forte mobilità del lavoro vanno aggiunti alti livelli di flessibilità dell'orario (straordinari, part-time, ecc.),  funzionale e organizzativa (mobilità interna al posto di lavoro sia orizzontale sia verticale), salariale. Da osservare tuttavia che tutte queste forme di flessibilità non avvengono in Danimarca in un quadro di de-regolazione neoliberale come quella predicata, tra gli altri, dall'OCSE dalla metà degli anni Novanta, ma attraverso una gestione politica e un controllo dettagliato e concertato da parte delle organizzazioni sindacali e padronali.

La forte mobilità ha una delle sue ragioni importanti nella prevalenza delle piccole e medie imprese nell'industria danese, ma c'è consenso sul fatto che l'assenza di norme protettive contribuisca ad accentuare il fenomeno. La flexicurity spingendo verso forme crescenti di decentralizzazione e individualizzazione dei rapporti di lavoro, tagli alla spesa sociale e dei contributi sociali, e un indebolimento della rappresentanza sindacale, apre scenari ignoti al funzionamento del sistema.

Gli sviluppi degli ultimi anni hanno impresso una forte spinta all'indebolimento della contrattazione collettiva centralizzata e un forte incremento delle decentralizzazione a livello delle singole aziende. Anche la pratica dei contratti individuali per mansioni tecniche e amministrative si va estendendo. Nel settore privato i contratti collettivi regolano centralmente non più del 15% del contenuto della contrattazione salariale. Dagli inizi degli anni Novanta ad oggi la percentuale degli accordi collettivi che non menzionano le retribuzioni sono aumentati da circa il 4% al 20%. Il risultato totale di questa trasformazione è la tendenza a un calo generale degli aumenti salariali medi. La pratica delle contrattazioni collettive ha introdotto una logica opposta a quella tradizionale: il contratto nazionale promuove e raccomanda limiti alla crescita salariale; a livello della contrattazione aziendale si apre così la strada a retribuzioni che vanno aggiustate a seconda delle condizioni di concorrenza specifica che incontra la singola azienda nel proprio settore o sui mercati internazionali.


WELFARE
La forte mobilità presa in esame nel punto precedente non è stata il frutto di uno strapotere degli imprenditori, ma di un accordo storico tra capitale e lavoro in Danimarca dal quale nacque il Patto sociale (1899) che sancì "il diritto degli imprenditori di organizzare e dirigere la produzione e il lavoro" e affidò  al movimento operaio, attraverso il suo partito (socialdemocratico), la "gestione dello stato". Con un impegno di reciproca lealtà, alla quale tutti i conflitti anche aspri sostenuti hanno sempre ricondotto, che consentì ai  governi che si sono susseguiti dal 1929 fino agli anni Ottanta di costruire un modello di welfare sociale e di democrazia politica capace di creare coesione sociale e politica nel paese accanto a un sistema economico dinamico e innovativo.

Il punto indicato nello schema con la voce welfare, sottintende misure miste di sostegno dei redditi dei lavoratori disoccupati, e come tale quindi non copre per intero la funzione di welfare del modello scandinavo che va ben oltre. Ma su questo più tardi. Per ora è interessante sottolineare che situazioni di disoccupazione causate da scelte imprenditoriali ritenute legittime, considerate un fenomeno ricorrente e naturale nella fisiologia del sistema di mercato danese, non devono produrre effetti negativi sulle condizioni di reddito dei lavoratori, e quindi sui loro standard di vita personali e famigliari.

La voce welfare dello schema fa quindi riferimento al diritto dei lavoratori alla copertura dei redditi in caso di disoccupazione per la quale è previsto un sussidio di disoccupazione assicurativo, con integrazione statale, e per i lavoratori non assicurati una copertura pubblica. Il fondamento etico di questa scelta è ovvio. Quello economico è dato dal riconoscimento che una maggiore libertà di iniziativa concessa agli imprenditori è in grado di produrre più innovazione, più rischio d'impresa, e quindi anche maggiori risultati economici con i quali la società nel suo complesso si può far carico del rischio disoccupazione per i lavoratori. Una acquisizione che efficienza e eguaglianza non solo non confliggono ma creano un circolo virtuoso.

Nel sistema danese, nonostante le notevoli restrizioni introdotte nel corso dell'ultimo decennio per ridurre la componente di sicurezza del reddito e favore di meccanismi di incentivazione al lavoro, la copertura del sussidio di disoccupazione è del 70% per il lavoratore di reddito medio e del 90% per i bassi salari. Si tratta di benefici tra i più alti tra i paesi dell'UE. Misure di sostegno del reddito sono previste anche per i lavoratori non assicurati, in una misura corrispondente a circa l'80% del sussidio di disoccupazione. I cambiamenti recenti non hanno modificato sensibilmente i livelli dei sussidi, ma accresciuto le forme di controllo e incentivazione riducendo a 4 anni il periodo massimo di fruizione dei sussidi, e con forme più forti di condizionamento al diritto ai contributi. Tetti ai contributi sono stati introdotti per gli immigrati (variano dal 50% al 10% dei sussidi ordinari a seconda i paesi di provenienza) con brevi termini per il reinserimento (1 anno).

Con gli occhiali del welfare scandinavo, quindi, flexicurity definisce ciò che già c'è, è cioè la consapevolezza che eguaglianza e efficienza vanno a braccetto. Ma l'idea di flexicurity introdotta negli anni Novanta sul filone del neoliberismo per ridefinire qualcosa che già esisteva, ha un'altra direzione. Rompe "l'ideologia" dell'abbraccio virtuoso tra efficienza e eguaglianza, e afferma il principio del bisogno di far dipendere l'eguaglianza dall'efficienza. Quindi un rapporto di parità si trasforma in uno di dipendenza. Le misure di welfare per i disoccupati, concepite dentro il sistema di protezione del reddito dei cittadini, il diritto al reddito di cittadinanza affermato dalla riforma del sistema sociale danese degli anni Settanta, sono re-interpretate dentro un sistema di rapporti funzionale ai bisogni delle imprese.

D'altronde non è un caso che il concetto di flexicurity sia stato introdotto per la prima volta nei Paesi Bassi a metà anni Novanta per rompere un sistema di relazioni industriali ritenuto troppo rigido e sbilanciato a favore dei lavoratori. Indipendentemente dalle ragioni, o torti, di indebolire le norme di protezione dell'occupazione in quel paese, poi attuate, il tema è stato ripreso generalizzandone la validità per tutti i paesi in modo in modo ossessivo dall'Unione Europea per spingere gli impossibili obiettivi della strategia di Lisbona del 2000 e della sua strategia per l'occupazione[iii]. Infine la flexicurity, in questa nuova versione, è divenuta la linea ufficiale del governo conservatore-liberale in Danimarca pur in presenza di una situazione totalmente diversa da quella degli altri paesi europei.

Il rilancio del sistema di welfare, ribattezzato flexicurity, prende in Danimarca due forme. Anzitutto se ne esalta il valore. Nelle parole del Primo Ministro:  

"Il nostro sistema di flessibilità del lavoro è di alto livello rispetto agli standard internazionali. ( ..) La sua flessibilità è data dal fatto che è facile assumere e licenziare i dipendenti. Non c'è alcun tipo di restrizione. Questo è come abbiamo deciso di organizzare il sistema danese del mercato del lavoro. Tuttavia, questo è possibile solo perché abbiamo un alto livello di sicurezza sociale. (...) Abbiamo flessibilità perché abbiamo un alto livello di sicurezza sociale."

Queste affermazioni sono state fatte dopo il fallito tentativo del governo di riformare il sistema dei sussidi per disoccupazione nell'autunno del 2003, e sono oggi contrastate dalla nuova campagna in corso per irrigidire ed inasprire le regole di accesso ai sussidi sociali e di disoccupazione e ridurre spese sociali e contributi per disoccupati. Nel primo caso con richiamo alla spesa pubblica e nel secondo per incentivare i disoccupati a rientrare nel mercato del lavoro.

Successivamente si restringe l'estensione del diritto alla copertura sociale limitandola ai gruppi vulnerabili che vengono tuttavia sottoposti a criteri restrittivi di controllo e di inserimento[iv]. Si tratta di un approccio inconsistente con il sistema danese di welfare scandinavo che attraverso il reddito di cittadinanza garantisce a tutti, lavoratori, sussidi sociali. In realtà significa riportare tutti i problemi di formazione del reddito dentro una dimensione economica e produttivistica.


POLITICHE ATTIVE
L'obiettivo delle politiche attive del mercato del lavoro è l'aiuto che il settore pubblico deve offrire ai lavoratori in difficoltà a trovare una occupazione per un rapido loro reinserimento nel mondo della produzione. Questo aiuto prevede vari programmi (istruzione e addestramento professionale) per la riqualificazione professionale ed anche un monitoraggio motivazionale della volontà del soggetto di reinserirsi nel lavoro. Implicito in questo sistema c'è l'assunto che non è compito degli imprenditori preoccuparsi della formazione dei propri dipendenti o delle loro condizioni generali di welfare. Questi aspetti vengono attribuiti allo stato e si ha così spesso uno scarico di costi sociali dai costi aziendali al sistema fiscale.

I successi di queste politiche, e la ragione della loro implementazione, sono più di tipo indiretto che diretto. In genere le ricerche a disposizione dimostrano che istruzione e corsi professionali ottengono scarsi effetti ai fini del reinserimento. Più positivi sono i risultati di attività di formazione realizzata all'interno delle imprese e con un inserimento reale nel processo produttivo. L'effetto vero di queste misure è di spingere i lavoratori a cercarsi una occupazione oppure a rinunciare uscendo dal sistema di disoccupazione per entrare in quello più povero dei sussidi sociali.

Questo terzo polo del sistema danese del mercato del lavoro è di recente introduzione poiché il diritto al reddito di cittadinanza non legava il sussidio alle prestazioni lavorative, essendo queste una scelta personale di inserimento in questo o quel contesto e non una condizionalitá per l'accesso al reddito. Questa "riforma" è in linea con lo spirito delle riforme neo-liberali del workfare (delle quali la flexicurity è figlia), allinea il modello danese di welfare a misure di formazione e attivazione da sempre presenti nei modelli svedese e norvegese, e contraddice per le forme che assume oggi lo spirito del welfare scandinavo,  anche se alcuni autori hanno voluta presentarla come un nuovo importante compromesso sociale tra sindacati e imprenditori[v].

Infatti il precedente sistema dei diritti è stato sostituito con la riforma del 1994 del mercato del lavoro che ha inasprito il sistema delle condizionalità poste per l'accesso ai sussidi di disoccupazione (e sociali in generale), introducendo il sistema del "bastone" e della "carota" ai fini della loro esigibilità: è stato ridotto il periodo durante il quale si ha diritto ai sussidi previsti, le regole di disposizione e accesso sono state irrigidite, il diritto alla riqualificazione per l'eligibilità abolito e l'obbligo del rientro rafforzato. Inoltre il sistema di monitoraggio e controllo delle attività è stato decentralizzato con un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni del mercato del lavoro. [vi]

Il successo limitato di queste iniziative ha portato all'introduzione di indirizzi politici più restrittivi tesi a proclamare la condizione lavorativa come condizione di accesso ai diritti sociali: il periodo di accesso ai sussidi ulteriormente accorciato, sanzioni previste, irrigidimento delle regole di disponibilità e mobilità, criteri di riqualificazione professionali ridotti e ritorno a forme più centralizzate di gestione di queste misure. Misure che esprimono chiaramente il fallimento delle politiche precedentemente attuate. Da qui l'inizio di una campagna che trasferisce le cause della disoccupazione dal movente della qualificazione (sostenuto in precedenza) a quello della motivazione a lavorare. L'ipotesi che il tipo e la qualità del lavoro offerto non corrispondano alle aspirazioni di vita o alle possibilità reali di partecipazione di gruppi particolari di cittadini (donne, immigrati, giovani, anziani) non sembra sfiorare gli esperti e i politici. Tesi, questa, sostenuta invece dal autori critici.[vii]

I risultati positivi alla base dell'interesse per il modello danese del mercato del lavoro con i suoi recenti innesti della flexicurity sono dovuti all'andamento positivo dei principali indicatori dell'economia, l'alto livello di occupazione della popolazione attiva, e i bassi livelli di disoccupazione. I fondamentali dell'economia sarebbero dunque in ordine e di questi tempi il risultato non può che richiamare attenzione. Lo scopo di queste note è di richiamare l'attenzione sui costi sociali di questa efficienza del sistema economico, sia per qualità sia per dimensioni, che se sono sostenibili in un contesto politico e culturale come quello danese, caratterizzati da un alto livello di disciplina sociale e di coesione dovuti alla omogeneità della sua popolazione, non è detto che sia facilmente riproducibile altrove. Questa osservazione verrà di seguito approfondita anche per i suoi aspetti economici e istituzionali.

L'intera popolazione attiva nel mercato del lavoro danese è costantemente sottoposta a un processo di valutazione e di selezione funzionale agli obiettivi che di volta in volta si assegna il sistema di produzione. Questo, insieme ai ritmi crescenti di lavoro e di innovazione, ha portato all'esclusione dal sistema produttivo di ampie fasce di lavoratori da parte degli imprenditori, mentre altre fasce oscillano continuamente in condizioni di incertezza rispetto al loro declassamento o esclusione. Dal 1960 alla fine degli anni Novanta il numero delle persone dipendenti da redditi di trasferimento è cresciuto da circa 200.000 a 900.000 (lavoro a tempo pieno) corrispondenti a un quarto della popolazione adulta. Dati aggiornati approfondiscono il problema:  

"Ci sono oggi in Danimarca più di 900.000 persone in età lavorativa tra i 18 e i 66 anni, senza occupazione. Tra questi troviamo 190.000 persone che hanno preferito lasciare il lavoro anticipatamente (dismissione anticipata dal lavoro), 265.000 on pensionamento anticipato che hanno lasciato il lavoro in anticipo perché logorati, e altri gruppi fuori dal lavoro per scelta propria, anche se temporanea. Tra questi il gruppo maggiore è dei 25.000 genitori in congedo per gravidanza o altre cause famigliari. Restano 427.000 persone che vivono con sussidi pubblici perché disoccupati involontari." [viii]


2) Il contesto storico dell'economia e del mercato del lavoro danese ed il modello di welfare scandinavo.

L'analisi del modello scandinavo e del modello di mercato del lavoro danese riflettono i punti di vista professionali dei vari autori, che privilegiano aspetti parziali oscurando così l'insieme e il sistema delle interconnessioni che li caratterizzano. Gli economisti rivolgono l'attenzione al mercato del lavoro (flexicurity), i politologi si concentrano sul sistema istituzionale e le funzioni di mediazione sociale (economia negoziata), i sociologi sulle politiche sociali (spesa sociale, esclusione sociale, ecc.).

La comprensione del modello danese di welfare richiede l'analisi simultanea di questi fattori poiché è il risultato di un processo di lievitazione storica iniziato nelle comunità e nei comuni agricoli nei secoli scorsi, continuato poi nelle sue forme cooperative e solidali con la nascita del movimento operaio nel secolo scorso fino ai nostri giorni. Ha dato luogo alla costruzione di un sistema unico di cooperazione e forte identità nazionale e sociale, avvantaggiato dalle dimensioni del paese e dalla omogeneità etnico-culturale della popolazione.

L'evoluzione del modello di welfare danese oggi esistente inizia nella seconda metà dell''800 con il nascere delle organizzazioni politiche del movimento operaio (Partito socialdemocratico danese, 1871), della Confederazione dei sindacati dei lavoratori danesi (1898) quasi contemporaneamente alla costituzione della Associazione dei datori di lavoro (1896). Sul pragmatismo comunitario delle origini, di forte impianto nazionale e religioso, si venne sviluppando nel corso del secolo scorso un approccio nuovo che porterà poi negli anni venti alla svolta riformista.[ix] Quello che interessa qui ricordare con riferimento all'oggetto della nostra presentazione è che le istituzioni che sono alla base del modello danese del mercato del lavoro e che vengono oggi classificate dentro il sistema delle flexicurity hanno origini più antiche.

La divisione funzionale tra produzione e amministrazione, economia e politica, fu sancita come già ricordato nel 1899 nel Patto sociale (Accordo di Settembre) sottoscritto tra sindacati e datori di lavoro. La riforma dei sistemi di istruzione e l'introduzione dei sistemi sociali di previdenza prima e della legislazione sociale poi hanno avuto un lungo cammino di crescita durante oltre un secolo: dall'"elemosina alla solidarietà", fino alla grande riforma del sistema sociale danese degli anni Settanta che sancì il principio della garanzia del reddito di tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro collocazione rispetto al sistema produttivo (reddito di cittadinanza).

Sistemi assicurativi e di aiuto alla disoccupazione risalgono al 1907, le politiche attive del mercato del lavoro vennero introdotte nel 1979, ecc. Nel frattempo si vennero evolvendo i sistemi educativi e della formazione professionale, della salute pubblica, delle infrastrutture sociali e culturali, efficienti e trasparenti sistemi fiscali, ecc. . Le fasi di crescita dell'economia danese hanno seguito tempi simili a quelli italiani. L'industrializzazione danese, iniziata nel secolo scorso, si realizza solo dagli anni Sessanta ma segue alcune linee distintive rispetto al sistema italiano. Non adotta il modello fordista ma mantiene la struttura della piccola impresa, fortemente specializzata e innovativa; conserva una struttura professionale dell'organizzazione sindacale (corporativa) con forte decentramento; infine mantiene un rapporto organico con l'evoluzione dei sistemi agricoli del paese.

Il modello danese del mercato del lavoro è perciò un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall'insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare e fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali (delle esternalitá) così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso.  Esiste in sostanza una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l'organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali e di rappresentanza) costruite intorno alla centralità del sistema industriale (la fabbrica fordista, con le sue città, i suoi trasporti, ecc.), a scapito dell'agricoltura e dei suoi spazi (la società rurale), e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexicurity presuppongo la centralità dell'impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale (al bene comune), i profitti e l'efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture.

La svolta, che introduce elementi di conflitto nel sistema di welfare danese, è stata quella degli anni Settanta, quando si venivano già delineando i problemi che la globalizzazione capitalistica avrebbe portato. Con grande anticipazione di analisi rispetto ai tempi non sfuggi alle socialdemocrazie scandinave che la globalizzazione, con la sua finanza e le sue tecnologie, avrebbe minacciato i sistemi nazionali di welfare, sottraendo i capitali al ruolo nazionale di agenti dello sviluppo. Da qui la richiesta di completare il ciclo di crescita della democrazia - dalla democrazia politica del 1800, alla democrazia sociale del 1900, alla democrazia economica del nuovo millennio.

Questa proposta che tendeva a riprendere il controllo sociale sull'economia nelle nuove forme di movimenti dei capitali, investimenti, commercio internazionale,, ecc. rappresentava però obiettivamente una revisione del Patto sociale (vera Carta Costituzione del mercato del lavoro danese) che attribuiva agli imprenditori la gestione dell'economia e al movimento operaio la gestione amministrativa e politica dello stato. Dallo scontro che ne seguì il movimento operaio usci sconfitto e nacque così dagli anni Ottanta in poi la nascita di una egemonia politica borghese e di destra con pretese di direzione sia del governo dell'economia che dello stato.

Lo scontro al quale si assiste oggi è quindi espressione sia del tradizionale conflitto di classe sia di un conflitto politico. Per questo dagli anni Settanta è iniziato un ciclo involutivo del sistema di welfare danese, rappresentato dal progressivo indebolimento del sistema dei diritti sociali e la trasformazione del sistema delle garanzie sociali e delle istituzioni del welfare in direzione di una maggiore centralità del sistema produttivo e, nel caso del mercato del lavoro, della flexicurity come nuovo sistema di equilibrio tra efficienza e equità.  La situazione attuale riflette pertanto sia tutti i fattori positivi in termini di efficienza che il modello di welfare danese ha costruito nel corso della sua storia, sia le conseguenze sociali negative che un cambiamento di sistema produce sulla struttura nazionale e solidale del paese.

--------------------------------------------------------------------------------

NOTE

[i] Auer, P. & S. Cazes (eds.) (2003): Employment stability in an age of flexibility. Evidence from  industrialized countries, International Labour Office, Geneva.

   Egger, P. & W. Sengenberger (2003): Decent work in Denmark. Employment, social efficiency and economic security, Geneva: ILO.

[ii] Wilthagen, T (1998): Flexicurity - A new paradigm for labour market policy reform?, Berlin: WZB Discussion Paper, FSI, 98-202.

   Wilthagen, T & F. Tros (2004): The concept of 'flexicurity': A new approach to regulating employment and labour markets, TRANSFER -    European Review of Labour and Research, 10(2), pp. 166-187.

Madsen, P.K. (1999): Denmark: Flexibility, security and labour market success, Employment and Training Papers No. 53, ILO, Geneva

Madsen, P.K. (2004): "The Danish model of 'flexicurity': experiences and lessons", TRANSFER. European Review of Labour and Research, 10(2), pp. 187-207

OECD (1997): Employment Outlook, Paris: OECD.

Greve, B. (2005) Velfædssamfundet. Myter og Facts, Kønhavn;

Greve, B. (2005) Denmark - a universal welfare state, Roskilde2005)

Esping-Andersen, G. & M. Regini (eds.) (2000): Why Deregulate Labour Markets?, Oxford: Oxford University Press.

[iii] EU, Commission's Green paper from 1997: Partnership for a New Organisation of Work

[iv] Wilthagen, T & F. Tros (2004): "The concept of 'flexicurity': A new approach to regulating employment and labour markets", TRANSFER - European Review of Labour and Research, 10(2), pp. 166-187.

[v] Torfing, J. (2004): Det stille sporskifte i velfærdsstaten - en diskursteoretisk beslutningsprocesanalyse, Aarhus: Magtudredningen.

[vi] Amoroso, B. & Jarvad M.. I. (1999), "The Managment of Redundancies in Europe: The Case of Denmark", in Review of Labour Economics and Industrial Relations, vol. 13, n. 1, Special Issues, pp-91-121.

Larsen, F., L. Dalsgaard, T. Bredgaard & N. Abildgaard (2001): Kommunal aktivering - mellem disciplinering og integration, Aalborg: Aalborg Universitetsforlag.

Jørgensen, H. & F. Larsen (2002): Aktivgørelse af aktiveringen kommer ikke af sig selv -Betydningen af institutionelt design for udvikling af ledighedsindsatser, pp. 164-202,

Madsen P.M. &  Pedersen, L. eds. Drivkræfter bag arbejdsmarkedspolitikken, Copenhagen: Socialforskningsinstituttet 03:13.

[vii] Jespersen, J. & Andersen, B. R.  (2006).Velfærdsdebat på vildspor, Tiderne Skifter, København  2006

[viii]  Jespersen, J. & Andersen, B. R.  (2006).Velfærdsdebat på vildspor, Tiderne Skifter, København , pag. 7:

[ix] Amoroso, Rapporto dalla Scandinavia, Laterza, Roma-Bari, 1980, cap. 4

noproject
P.link ¦ commenti
categoria : welfare





venerdì, 26 maggio 2006

Quando il mondo fu invaso dai walmartiani

Ieri Paolo Barbieri, eminente sociologo dell'Università di Milano Bicocca, ci ha girato questo file (PDF), contenente un ponderoso paper in lingua inglese.

Richiesto di spiegazioni (noi non conosciamo le lingue estere), Gabriele Ballarino, eminente sociologo di Milano-Scienze Politiche ci ha inviato le seguenti poche righe di spiegazione. Dichiarandoci fin d'ora irresponsabili per i giudizi quivi espressi, vi giriamo ammirati il testo dell'esimio luminare.

Tra le varie cose che propongono i deregolatori del mercato del lavoro (quelli veramente di destra, i liberisti reali, non i paccottigliari della destra nostrana né i liberisti sociali alla Boeri) c'è il fatto che quello che i lavoratori perdono in termini di reddito, lo guadagnano con gli interessi in termini di potere di consumo. Le aziende ti pagano poco e ti licenziano, ma in questo modo diventano molto efficienti e i prodotti costano meno. Questa, tanto per dire, è la linea di Monti: tutelare il consumo prima del lavoro. Ovviamente è una stronzata (sic, licenza accademica), ma non basta dirlo: gli autori di questo paper mostrano, numeri e sofisticazioni econometriche alla mano, che quando in una città apre Wal-Mart non solo i salari medi nel giro di un po' di tempo diminuiscono, ma diminuisce anche l'occupazione. Quindi gli unici che ci guadagnano sono i padroni di Wal-Mart. (GB)

noproject
P.link ¦ commenti (1)
categoria : lavoro





martedì, 04 aprile 2006

(riceviamo e volentieri pubblichiamo. np)

Quale riforma per la legge Biagi?


di Marco Leonardi, Massimo Pallini (ricercatori dell'Università di Milano)


Sono stati recentemente pubblicati i programmi delle coalizioni di centro destra e di centro sinistra per il governo del paese. Nel programma di centrodestra c’e’ solo un breve cenno alle politiche del lavoro e una generica rivendicazione della bontà della legge Biagi. Si deve ritenere che il centrodestra non abbia intenzione di apportare sostanziali modifiche alla legislazione in tema di lavoro.

Il programma del centrosinistra invece propone un superamento della legge Biagi secondo le seguenti linee: “Per noi la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato, perché riteniamo che tutte le persone devono potersi costruire una prospettiva di vita e di lavoro serena. In tal senso, crediamo che il lavoro flessibile non possa costare meno di quello stabile e che tutte le tipologie contrattuali a termine debbano essere motivate sulla base di un oggettivo carattere temporaneo delle prestazioni richieste e che non debbano superare una soglia dell’occupazione complessiva dell’impresa”.
 
I termini di una riforma della legge Biagi sono invece disciplinati in dettaglio, anche con la formulazione di un definito articolato normativo, da un progetto di legge di iniziativa popolare “contro il lavoro precario”, primo firmatario Stefano Rodotà, sostenuto dalla “sinistra” dei Democratici di Sinistra. Tale progetto sostanzialmente propone di limitare la possibilità delle imprese di ricorrere a contratti di lavoro sia subordinato sia coordinato (in vario modo) “a tempo determinato”, senza nel contempo prevedere nessuna riforma della disciplina del contratto “standard” a tempo indeterminato il quale si amplierebbe per ricomprendere al suo interno i vecchi co.co.co e i neo-lavoratori a progetto.

In questo articolo vorremmo argomentare che:
1) i contratti “a tempo determinato” rispondono a delle esigenze organizzative e funzionali reali delle imprese e hanno contribuito a un effettivo aumento dell’occupazione e che quindi un progetto di legge di riforma non può solo limitarsi a proporre di cancellare o riorganizzare le tipologie di lavoro a tempo determinato ma deve preoccuparsi anche di come poter soddisfare quella necessaria flessibilità nell’organizzazione d’impresa, cui sinora soltanto i contratti a tempo determinato hanno (impropriamente) risposto;
2) che i contratti “a tempo determinato” hanno scaricato tutti i costi della flessibilità e della precarietà su una minoranza di lavoratori “al margine”, approssimativamente 2 milioni per lo più giovani, lasciando totalmente inalterate le prerogative e i diritti di altri 20 milioni circa di lavoratori a tempo indeterminato. In questo modo l’introduzione dei contratti a tempo determinato ha creato una sostanziale differenza di condizioni di lavoro tra lavoratori di diverse età. Tali differenze vanno eliminate.

Il caso delle protesta francese nei confronti dell'introduzione del contratto di prova secondo il quale i giovani al di sotto di 26 anni possono essere licenziati senza giusta causa entro due anni dall'assunzione insegna due cose:
1) che l'introduzione di nuovi contratti più flessibili è ritenuta in tutta Europa come una necessità impellente per aumentare l'occupazione, 2) che è un grosso errore pensare che i costi della flessibilità si possano scaricare solo sulle generazioni più giovani: i costi della flessibilità vanno ripartiti equamente incorporandoli in ragionevole misura nel contratto di lavoro standard.

In Italia, al di là delle polemiche su a quale governo vada attribuito il merito o la colpa dell'introduzione dei contratti a tempo determinato (pacchetto Treu 1997, riforma del contratto di lavoro subordinato a tempo determinato 2001, legge Biagi 2003), è chiaro che dal 1997 a oggi i contratti a tempo determinato di varia natura hanno dato occupazione a circa 2 milioni di lavoratori (10% dell'occupazione totale e circa il 30% delle nuove assunzioni). Tra i giovani dai 15 ai 29 anni, il 25% degli occupati è a tempo determinato e il 50% dei nuovi assunti lo scorso anno hanno un contratto a tempo determinato.

Quel che è più importante, nonostante le difficoltà di valutazione dell'esatto contributo occupazionale del lavoro a tempo determinato, la maggior parte degli economisti pensa che la buona performance dell'occupazione dal 1997 ad oggi (entrambi i governi di centrosinistra e centrodestra) non sarebbe stata possibile in assenza dei contratti a tempo determinato.
In altre parole la flessibilità dimensionale dell’impresa è una necessità dell’economia moderna che non si può cancellare eliminando i contratti a tempo determinato, piuttosto va trovata una ripartizione più ragionevole dei costi della flessibilità tra il contratto di lavoro a tempo indeterminato e quello a tempo determinato cui corrisponda anche una più equa ripartizione dei costi della flessibilità non solo tra impresa e lavoratori, ma anche tra generazioni di lavoratori.

Per sostenere le nostre tesi e proporre una riforma del contratto di lavoro a tempo indeterminato commentiamo e sottolineamo le differenze dalle principali proposte del progetto di legge di iniziativa popolare “contro il lavoro precario” promosso da parte dello schieramento di centro sinistra.

Il progetto di legge di inziativa popolare propone:

di estendere le tutele legali del lavoratore subordinato al “lavoratore economicamente dipendente”, cioè a chi, pur senza essere eterodiretto nella esecuzione della prestazione della propria attività manuale o intellettuale, si obblighi a prestarla “in via continuativa all’impresa, con destinazione esclusiva del risultato al datore di lavoro”;
di limitare il ricorso del lavoro subordinato a termine a ipotesi oggettive per rispondere a esigenze predeterminate nel tempo e di carattere straordinario od occasionale;
l’abrogazione dei nuovi tipi contrattuali del lavoro intermittente, del lavoro ripartito, del lavoro a progetto e del lavoro accessorio.

A nostro avviso queste proposte sono pienamente condivisibili.

Si deve abbandonare la strada della flessibilità “marginale” per superare le forme di lavoro subordinato “precario”.
Si deve abrogare quindi la disciplina di cui al d.lgs 368/2001 di contratti di lavoro subordinato a termine con requisiti causali indeterminati e senza limiti di durata massima e di rinnovazione, la quale è stata anche fonte di incertezza per le stesse imprese, per tornare a un sistema di requisiti causali oggettivi, giustificati da esigenze aziendali predeterminate nel tempo.
È opportuno altresì abrogare i nuovi tipi contrattuali che “parcellizzano” la prestazione del lavoratore senza neppure rispondere efficacemente alle esigenze di flessibilità dimensionale dell’impresa.
È inoltre condivisibile adottare una nuova nozione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato “standard”, che permetta di attribuire le tutele legali sinora destinate al solo lavoro subordinato anche a quei rapporti – ora tecnicamente qualificati di lavoro autonomo – che legano in modo continuativo il prestatore all’impresa quale parte necessaria della sua organizzazione, che non è semplicemente destinataria della loro prestazione ma la internalizza nel proprio processo di produzione di beni o servizi. Ne consegue il superamento della disciplina del lavoro a progetto a causa della sostanziale impossibilità di adottare una definizione effettivamente selettiva di “progetto” e la riconduzione delle collaborazioni coordinate e continuative svolte e inserite organicamente nell’organizzazione produttiva (di beni o servizi) aziendali in modo stabile e duraturo alla disciplina legale del lavoro subordinato.
In sostanza proponiamo una nuova e più chiara ripartizione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, in coerenza con le indicazioni della Corte di giustizia CE che li distingue non in relazione al tipo di vincolo rispetto al committente (se subordinazione e coordinamento), ma rispetto alla loro posizione sul mercato identificando sostanzialmente il lavoratore autonomo con una “impresa individuale” capace di vendere a terzi un bene o un servizio (anche professionale o consulenziale)1.
       
Tuttavia - a fronte dell’ampliamento dei destinatari della tutela legale del lavoro subordinato e alla riduzione delle possibilità di ricorrere a tipologie contrattuali di rapporti “a termine” – rileviamo che è necessario importare  margini ragionevoli di flessibilità nel nuovo tipo di lavoro a tempo indeterminato “standard”, sia in entrata sia in uscita.

I contratti a tempo determinato hanno risposto a due esigenze delle imprese che meritano di essere ricomprese nel contratto di lavoro subordinato standard. La prima esigenza è di avere periodi di prova più lunghi per valutare i lavoratori. L'economia moderna richiede mansioni più varie e complesse di venti anni fa e di conseguenza la valutazione dei lavoratori è una attività molto più importante, lunga e costosa. La seconda è l’esigenza di avere maggiori margini di flessibilità per ridurre i costi nel caso di condizioni di domanda debole. L’economia moderna è sottoposta a cambiamenti delle condizioni di domanda molto più frequenti di un tempo e i risultati di impresa sono di conseguenza molto più variabili nel tempo. Mentre la prima caratteristica dei contratti a tempo determinato è facilmente introducibile nel contratto standard, allungando i tempi di prova, la seconda caratteristica dei contratti a tempo determinato si può introdurre nel contratto subordinato standard solo aumentandone parzialmente la flessibilità in uscita.

La flessibilità in entrata può ottenersi in misura ragionevole attraverso periodi di prova al momento dell’assunzione più lunghi2, disciplinati liberamente dai contratti collettivi (modificando il disposto dell’art.10 della legge n. 604/66) e – in difetto di accordo – graduati per legge da un minimo di 3 mesi per le mansioni esecutive, di 6 mesi per le mansioni cd. d’ordine, 12 mesi per mansioni c.d. di concetto o di collaborazione con la direzione aziendale. Nel caso in cui il datore di lavoro abbia interrotto il rapporto prima del termine del periodo di prova, il successivo rapporto di lavoro stipulato da quel datore con il medesimo lavoratore dovrà ritenersi immediatamente a tempo indeterminato.
 
La flessibilità in uscita può agevolarsi attraverso:

l’attribuzione al lavoratore alle dipendenze di un’impresa con più di 15 dipendenti di una “indennità economica di licenziamento”, che si aggiunge al periodo di preavviso. Questa indennità si applicherebbe solo in caso di licenziamenti individuali (e non collettivi) per giustificato motivo oggettivo (e non disciplinari). L’importo dell’indennità sarebbe predeterminato per legge (ad es. 3 mensilità di retribuzione lorda + 1 mensilità di retribuzione per ogni anno di anzianità di servizio) a carico del datore di lavoro nel caso in cui il lavoratore accetti il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Il medesimo meccanismo di indennità è stato previsto in Germania dalla riforma Hartz del Governo social-democratico (link alla pagina della conferenza partial labor market reforms in Europe).

Con l’indennità di licenziamento il lavoratore godrebbe di una tutela economica aggiuntiva per far fronte alla carenza di reddito nel tempo necessario alla ricerca di un nuovo lavoro e l’azienda avrebbe la certezza della definitiva risoluzione del rapporto; qualora invece il lavoratore intenda contestare la legittimità del licenziamento, sarebbe comunque libero di impugnarlo giudizialmente rimanendo inalterato rispetto alla disciplina attuale sia l’onere della prova della giustificatezza del licenziamento a carico del datore, sia il regime di reintegrazione e risarcimento del danno in caso di annullamento del licenziamento. Ciò significa che la disciplina sanzionatoria dettata dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non viene modificata, si interviene invece in una fase anteriore prevedendo un’opzione prevista per legge di indennizzo monetario per evitare il contenzioso.
Rimarrebbe invece del tutto invariato il regime di impugnativa e di tutela dei licenziamenti per giustificato motivo soggettivo (disciplinare) e dei licenziamenti collettivi.
Il meccanismo funzionerebbe in questo modo: all’atto del licenziamento per motivo oggettivo il datore di lavoro deve offrire al lavoratore l’indennità prevista per legge. Il lavoratore può non accettarla e impugnare davanti al giudice il licenziamento ma in questo caso perde il diritto all’immediata erogazione dell’indennizzo, potendo invece ottenere in caso di accoglimento del suo ricorso in sede giudiziale la condanna del datore alla reintegra e al risarcimento del danno3.

Infine occorre sottolineare che, sebbene condividiamo l’obiettivo di estendere le tutele legali del lavoro subordinato anche alle forme di collaborazione coordinata e continuativa, questo non deve necessariamente significare l’automatica estensione a quest’ultime delle previsioni dei contratti collettivi sottoscritti per i lavoratori subordinati, soprattutto in materia di retribuzione minima, orario di lavoro, fruizione di permessi e ferie. Nel caso della nuova tipologia di lavoratori “coordinati”, cui si applicherebbe la disciplina legale del lavoro subordinato, il datore di lavoro rinuncia totalmente o parzialmente ad avvalersi dei poteri di eterodirezione e di variazione dei tempi, dei modi e del luogo della prestazione individuale. Ma questo non deve inibire per legge – come invece prevede la proposta di legge sul lavoro precario – la possibilità della contrattazione collettiva di dettare una disciplina negoziale differenziata per i “coordinati” rispetto ai lavoratori subordinati in senso stretto. Ad esempio tale disciplina negoziale deve poter prevedere minimi retributivi differenziati per i “coordinati”, anche in senso peggiorativo per compensare i minori obblighi e restrizioni cui sono soggetti nell’esecuzione della prestazione di lavoro. Ciò in analogia a quanto già oggi è previsto dal CCNL dei giornalisti professionisti che differenzia la retribuzione tra coloro che lavorano stabilmente nella redazione e i collaboratori non vincolati all’osservanza di un orario di lavoro e alla presenza quotidiana in redazione, i quali a fronte di maggior autonomia personale accettano un sistema retributivo meno generoso.

Questa riforma non comporta alcun onere aggiuntivo per il bilancio pubblico e ci pare possa garantire una sostanziale semplificazione in cui il lavoro oggi considerato precario verrebbe ricondotto nell’ambito del lavoro subordinato e quest’ultimo reso un po’ più flessibile. Il sindacato potrebbe allargare la sfera di rappresentanza e di contrattazione anche ai lavoratori oggi esclusi. Il lavoro a tempo determinato rimarrebbe solo per requisiti causali determinati e giustificati da esigenze limitate nel tempo.
 

note
1) V. M.Pallini (a cura), Il lavoro a progetto in Italia e in Europa, Mulino, 2006, di prossima uscita.  
2) V. T. Boeri, P. Garibaldi in lavoce.info
3) L’accettazione dell’indennizzo dovrà essere sottoscritta dal lavoratore nelle forme rituali di cui all’art.410 e 411 c.p.c. così che sia garantita l’assistenza di un rappresentante sindacale aziendale o del collegio di conciliazione che possano accertare la piena conoscenza del lavoratore dei propri diritti e delle conseguenze della sua scelta.  


noproject
P.link ¦ commenti (2)
categoria : precariato





venerdì, 24 marzo 2006

Segnalatia

La Cooperativa Centri Rousseau, la Società Edificatrice Niguarda e NoProject organizzano il seminario

Cooperazione tra storia e presente
Le sfide del welfare universalistico oggi e il ruolo delle organizzazioni non profit

30 marzo 2006
Auditorium Pensionato Sociale Integrato La Cordata
via Zumbini 24 (Villaggio Barona) Milano

Programma:
19.00–20.45 aperitivo
20.45–21.50 relazioni
22.00-23.00 tavola rotonda
23.00-23.30 dibattito


PRIMA PARTE
BENVENUTO DA Claudio Bossi, La Cordata coop. sociale
INTRODUZIONE DI Gabriele Ballarino: Cosa intendiamo per Organizzazioni non profit
RELAZIONE DI Mattia Granata: Impresa cooperativa e politica. La duplice natura del conflitto
INTERVENTO DI Giovanni Poletti: Il caso della Società Edificatrice Niguarda
RELAZIONE DI Tommaso Vitale: Le organizzazioni non profit e le sfide del welfare universalistico (20m)

TAVOLA ROTONDA + dibattito aperto
ANIMA IL DIBATTITO • Gabriele Ballarino (Dipartimento di Studi del Lavoro Università Statale di Milano e membro di NoProject)
PARTECIPANO AL DIBATTITO:
• Mattia Granata (autore del libro "Impresa cooperativa e politica. La duplice natura del conflitto")
• Tommaso Vitale (Dipartimento di Sociologia e di Ricerca sociale dell’Università di Milano-Bicocca)
• Giovanni Poletti (presidente della Società Edificatrice Niguarda)

CONDUCONO IL DIBATTITO LE DOMANDE:
• Cosa c’è all’origine dell’”azione sociale collettiva”?
• Qual è il peculiare ruolo politico-sociale delle organizzazioni non profit rispetto allo stato, al mercato e ai partiti?
noproject
P.link ¦ commenti
categoria : segnalazioni, welfare, terzo settore





giovedì, 23 marzo 2006

Tuoni e fulmini (in miniatura)

Il seminario di lunedì sera è stato piuttosto esplosivo, con la partecipazione dal pubblico, ma con autorevolezza da relatore (e qualche scatto imbizzarrito), dell'amico Alex Foti, che si è di fatto aggiunto ai due relatori Cristina Tajani e Marco Leonardi.
Tre punti di vista diversi, tre aree politiche di diversa sinistra, ma qualcosa in comune: il problema della discriminazione dei giovani sul mercato del lavoro è IL problema del nostro Paese. E i programmi elettorali di entrambi gli schieramenti sono sotto questo profilo poco soddisfacenti. Per la destra, questo non stupisce. Per la sinistra potrebbe essere un problema, a giudicare dalle scintille che sono scoccate tra gli intervenuti.
In particolare, Marco e Alex si sono scontrati sui numeri del fenomeno precarietà: in particolare, Alex accusava Marco di sottostimarlo. Senza entrare nel merito della tenzone tra i due, vi diamo i numeri: se per precari intendiamo i lavoratori temporanei, sono circa l’8% dei lavoratori totali; se ci aggiungiamo i part-time si arriva al 15,6%, se si comprende anche il lavoro indipendente si arriva al 43%. Questo secondo i dati freschi freschi della Banca d’Italia che hanno fatto incazzare il governo, andate a vederli qui. Se guardate quelli dell’Ires di un paio d’anni prima (li trovate a pag. 7 di questo - è un pdf - rapporto Ires sul lavoro atipico, grazie Alex per avercelo fornito), la storia più o meno è la stessa.

Ovviamente, non tutto l’atipico è precario (su questo si scontrarono i nostri due): il dipendente part-time è tutelato quanto il dipendente a tempo pieno, ma spesso la sua scelta non è volontaria. L’autonomo comprende, come si sa, tanto il falso dipendente quanto il professionista ricco sfondato. Ma il problema reale del nostro paese non è la precarietà in generale. È la precarietà dei giovani, come risulta da entrambi i lavori che abbiamo consultato.

Gabriele
noproject
P.link ¦ commenti (3)
categoria : lavoro, welfare, precariato





martedì, 21 marzo 2006

Allonsanfan

Il nostro amato relatore di destra (scherzo eh) Paolo Barbieri segnala due articoli de Lavoce.info sulle contestate riforme del mercato del lavoro che il governo vuole introdurre in Francia. Vista l'importanza della questione anche per il dibattito italiano interno al centrosinistra (come riformare la legge 30?), li segnaliamo.


Nel primo Pierre Cahuc spara a zero contro il contratto per nuovi impieghi (Cne) e il contratto per il primo impiego (Cpe), sostenendo - da una posizione che qui da noi chiameremmo di sinistra riformista - che non aiuteranno a creare nuova occupazione, e che la soluzione sarebbe piuttosto una riforma complessiva del contratto.

Nel secondo, Olivier Blanchard - da posizioni non dissimili - si infoia parecchio contro la soluzione che al problema dell'occupazione propone la sinistra che qui da noi definiremmo lavorista (in Francia Attac, del Ps, del Pcf; qui...?), e cioè: "creare posti di lavoro nei servizi pubblici e nel pubblico impiego (insegnamento, ospedali), ridurre gli orari di lavoro imponendo nuove assunzioni, riconquistare potere d'acquisto aumentando i salari a tutti, contro la precarietà, fare del contratto a tempo indeterminato la norma".
Secondo Blanchard, nientemeno, "Come si possono dire (o pensare) certe sciocchezze? Come si può avere una conoscenza così scarsa dei meccanismi economici?".

Come dice qualcuno, affinità e divergenze della sinistra con se stessa.

noproject
P.link ¦ commenti
categoria : lavoro, welfare, precariato





mercoledì, 08 marzo 2006

Pubblicità Progresso

Milanese di 39 anni, figlio di lombarda e di calabrese, editor precario con contratto a progetto per un'università milanese.
Convive con la sua compagna e la loro bambina di 4 anni alla Bovisa.
Ha inventato la MayDay, il primo maggio dei precari di Milano, diffusasi nel resto d'Italia e d'Europa.
Ha fondato chainworkers.org e la lista neurogreen.
Verde. Precario. Pink.

A Milano c'è un candidato per le elezioni comunali, che quelli di Noproject conoscono personalmente (chi può dire altrettanto, eh?).

Si chiama Alex Foti e si presenta nei verdi.
Qui c'è il suo blog e puoi trovarci tutte le informazioni che ti servono, razza di malfidente.


Ti consigliamo di votarlo alle elezioni comunali di maggio
(se in Consiglio comunale poi fa cazzate, lo corchiamo noi)
noproject
P.link ¦ commenti (3)
categoria : segnalazioni





venerdì, 03 marzo 2006

Le toppe si pagano!
Chi salva il Terzo Settore?

di Chiara Maffioletti (noproject)

Ho letto con interesse e anche con un certo stupore l’articolo di Paolo Barbieri di commento al libro di Paci  Nuovi lavori, nuovo welfare. Sicurezza e libertà nella società attiva.
Lo stupore avrà certamente a che fare con il fatto che io non abbia letto il libro di Paci (e qui mi scuso se azzardo comunque i commenti che seguono), perché in effetti dalla critica che ne fa Barbieri, la proposta di Paci sembra il parto della mente di un pazzo.

Davvero Paci propone una riforma della componente assistenzialistica del welfare italiano basata sul lavoro volontario? Paci pensa davvero di sostituire servizi che danno assistenza continuativa e complessa a centinaia di migliaia di disabili fisici e psichici, malati, anziani, minori, tossicodipendenti - solo per nominare le categorie più ampie – con gli interventi di “eroici” (parola di Barbieri, anche di Paci?) volontari che opererebbero nel tempo libero - quando e fino a quando ne hanno - e senza preparazione alcuna?
Tra i potenziali impegnati in questa eroica impresa Barbieri cita anche, in seconda istanza oltre ai volontari, persone eticamente motivate ad operare a costi salariali ridotti, quindi retribuite in qualche forma. Però poi, oltre che nei termini che ripetutamente usa, nelle ricerche e nei dati che porta a sostegno delle sue argomentazioni, pare proprio che i nostri vengano tutti dall’associazionismo su base volontaria. In conclusione del paragrafo, a conferma del fatto che si sta parlando proprio di “azioni solidaristiche” e di “altruismo disinteressato e volontaristico”, Barbieri cita i dati sulla disponibilità in Italia a donare il sangue, la “forma più pura e totale di comportamento disinteressato”. D’altro canto il paragrafo si intitola proprio “obiezioni pratiche: la dimensione del volontariato in Italia”. Dunque sembra fugato ogni dubbio che si stia parlando di volontariato. Salvo poi risollevare l’ambiguità verso la fine parlando di “situazioni occupazionali sottopagate”. Ma su questo ritorno più oltre.

noproject
P.link ¦ commenti (3)
categoria : volontariato, welfare, terzo settore





martedì, 21 febbraio 2006

Profilo sinistro
Affinità e divergenze  tra la sinistra e se stessa.

Sei faccia a faccia su Welfare,
mercato del lavoro e istruzione


seminario organizzato da noproject
(cioè da noi, eh)


Sede: Barrio’s, via Barona angolo via Boffalora, Milano

È un luogo comune che esistano almeno due sinistre, una moderata, l’altra radicale. In genere si riesce con qualche difficoltà a definire la prima come riformista, col risultato di trovarsi in pieno imbarazzo a dover attribuire il termine rivoluzionario all’altra. Si prova allora con la coppia “compatibile/antagonista”, non senza suscitare reazioni polemiche, distinguo, o anche grasse risate. Stessa sorte tocca alla coppia innovatori/conservatori: tutti vogliono essere innovatori e pensano che i conservatori siano gli altri.
Il fatto è che cambiando i temi concreti del confronto, di volta in volta cambiano anche i posti assegnati e chi puntava alla radicalità appare ora resistenziale, chi voleva innovare ora sembra timorato.
Possiamo guardare col sorriso a questi dibattiti, purché portino a confronti fruttuosi. La tassonomia delle differenze a sinistra infatti non è un tema molto  interessante: più interessante è capire come e in che termini forze diverse potranno trovare il modo di accordarsi su programmi concreti di (si spera) governo: saranno accordi al ribasso o al rialzo? Si cerca il minimo comune denominatore o si è in grado di puntare a un comune multiplo?

Senza montarsi troppo la testa, Noproject, gruppo di iniziativa politica e culturale, tenta di mettere un po’ di carne al fuoco organizzando sei faccia a faccia tra rappresentanti della ricerca sociologica ed economica, e ponendo loro alcune domande: come trasformare il Welfare, il mercato del lavoro, la scuola e la formazione, l’università, il diritto alla casa? Che fare delle riforme attuate dai governi di centrodestra? Che significa fare diversamente?

La struttura di massima degli incontri sarà questa: due relazioni tendenzialmente “di campo opposto”, che prenderanno al massimo 30’ entrambe, e poi spazio al dibattito e al contraddittorio.



Il programma degli incontri: temi e domande


6 marzo, ore 21, Barrio’s
Il mercato del lavoro
Come estendere le garanzie e le tutele che attualmente proteggono solo alcune categorie di lavoratori in modo giusto ed efficace? Si può garantire una copertura di Welfare State (pensionistica ma non solo) efficace per tutti i contratti al di là della loro durata? È opportuno mirare a estendere a tutti i contratti a tempo indeterminato? Oppure al contrario si devono immaginare forme di protezione esterne al lavoro, nella società, in termini di beni e servizi, con cui calmierare una generalizzazione della flessibilità? Quali forme di protezione servono, intorno a quali bisogni sociali (reddito, formazione, casa, comunicazione, famiglia)? È opportuno considerare tali reti di protezione un diritto di cittadinanza o è preferibile vincolarle alle dinamiche del mercato del lavoro?
Relatori: Paolo Barbieri (sociologo) Vs Antonio Lareno (dirigente sindacale)

20 marzo, ore 21, Barrio’s
Gli ammortizzatori sociali e il reddito di cittadinanza
La spesa sociale in Italia è 3 punti di PIL più bassa della media europea, ma il sistema è strutturato in modo tale da superproteggere taluni rischi sociali e da lasciarne scoperti altri. Per questo motivo molti cittadini scontano sia un’assenza di protezione per nuovi e vecchi bisogni, sia una scarsa qualità dei servizi erogati, a fronte di una generale scarsa attitudine del welfare italiano a risolvere problemi di ridistribuzione e a garantire migliore accesso alle opportunità in modo equo e aperto. Quali sono le conseguenze sociali in termini di andamento della disuguaglianza? Come si fa a migliorare la qualità dei servizi, a renderli meno disciplinari e burocratizzati e più efficienti, più personalizzati, più utili? Quali le proposte attualmente sul tappeto per intervenire? Pubblico/privato, Welfare State Versus volontariato: quali sono le alternative esistenti in UE? Che modello di flexicurity?
Relatori: Cristina Tajani (economista) Vs Marco Leonardi (economista)

3 aprile, ore 21, Barrio’s
Il diritto alla casa
È di moda, sia tra studiosi che tra politici, parlare di “fine delle classi sociali” e di processi di “individualizzazione del rischio” che renderebbero inutili le concettualizzazioni della disuguaglianza in termini di collettività, cioè di classe. Spesso viene messa in dubbio anche la sensatezza, in generale, delle politiche volte alla riduzione della disuguaglianza. Eppure le disuguaglianze sociali esistono ancora, e in vari casi tendono ad aumentare. In particolare, l’accesso alla casa sembra essere diventato uno dei fattori di disuguaglianza più rilevanti. Gli studi sul tema, rari ma in aumento, mostrano che il peso delle differenze di classe sulla proprietà della casa non solo diminuiscono, ma aumentano. Cosa significa questa tendenza? Che politiche della casa possono essere immaginate e praticate?
Relatori: Teresio Poggio (sociologo) Vs Antonio Trimarchi (economista)

8 maggio, ore 21, Barrio’s
L'università e la ricerca
Come sta cambiando l’università italiana? L’articolazione dei cicli di studi universitari in lauree di primo e secondo livello ha cambiato l’offerta formativa? È mutato il legame tra università e sistema produttivo e, più in generale, tra università e società? E ancora: come sta evolvendo la qualità della partecipazione degli studenti allo spazio-tempo università? Queste domande si sono aggiunte negli ultimi anni a riflessioni su quello che dovrebbe essere lo status di docenti e ricercatori; da un parte chi sostiene che per garantire la libertà e l’autonomia di insegnamento non si può rinunciare alle tutele del lavoro a tempo indeterminato, dall’altro chi pensa che l’introduzione di criteri di flessibilità andrebbe a intaccare le attuali modalità di reclutamento, notoriamente opache e personalistiche, permettendo maggior efficienza ed efficacia nell’erogazione del servizio. Come si concatenano questi problemi, e verso quale modello di Università stiamo andando?
Relatori: Piero Macchi (chimico) Vs Gabriele Ballarino (sociologo)

22 maggio, ore 21, Barrio’s
La scuola
Partire dagli obiettivi che il sistema scolastico deve darsi sembra opportuno per orientarsi nella giungla di proposte e controproposte. Qual è la posta in gioco in termini di uguaglianza delle opportunità di accesso e di prospettive di mobilità sociale futura? Grazie alle risposte a questa domanda è possibile passare a una formulazione più precisa e centrata dei problemi più urgenti. Ad esempio: cosa nasconde la soppressione della distinzione tra formazione generalista (licei) e formazione indirizzata all'occupazione (istituti tecnici e professionali)? In che relazione sta questo problema con la più complessiva riforma dei cicli e con il tanto auspicato innalzamento dell’obbligo? Per finire con gli aspetti legati ai finanziamenti e all’organizzazione, ovvero: quanti soldi e a chi? Quale autonomia? Per gestire quali servizi?
Relatori: Daniele Checchi (economista) Vs Gabriele Ballarino (sociologo)

5 giugno, ore 21, Barrio’s
Il welfare locale e l’impresa sociale
Il Welfare cresce anche in tempi di decentramento amministrativo. Quali sono i necessari vincoli alla sussidiarietà per evitare che si trasformi in una scorciatoia alla privatizzazione (e monetizzazione) strisciante dei servizi? Si può farne un mix virtuoso tra pubblico e privato sociale? Come garantire l'esigibilità dei diritti universali dei cittadini insieme all'efficienza? È possibile individuare dei modelli regionali, o addirittura comunali, di politiche sociali? È possibile costruire modelli di micro-imprenditorialità non profit che uniscano efficienza, capacità di rispondere ai bisogni e "correttezza" delle relazioni lavorative?
Relatori: Paolo Barbieri (sociologo) Vs Sergio Silvotti (dirigente Arci)

scarica il volantino (pdf)
noproject
P.link ¦ commenti (5)
categoria : segnalazioni, welfare





mercoledì, 08 febbraio 2006

Congresso atipico

"E' arrivato nel 2002. Questo è il suo secondo congresso: in quattro anni gli iscritti sono aumentati del 90%, sfiorando quota 22 mila"

Si parla del Nidil, il sindacato CGIL dei precari, di cui è iniziato ieri il secondo congresso.
Qui la corrispondenza di Repubblica, qui il sito del Nidil.

(v
abbe, che dal giorno della nascita aumenti del 90% è piuttosto scontato. Sarebbe vero anche con un solo iscritto, ma non stiamo a guardà er capello)

Per par condicio segnaliamo anche Chainworkers, il sito dei lavoratori delle catene.
Nonché, il precarityblog.
noproject
P.link ¦ commenti (1)
categoria : segnalazioni, precariato





mercoledì, 01 febbraio 2006

Punto, punto e virgola, due punti

Se guardiamo ai dati italiani, giungiamo alla impressionante cifra di quasi 36 milioni (il 66% della popolazione) di "ana-alfabeti", e cioè del tutto analfabeti o appena alfabeti. Tra i ragazzi e le ragazze che escono dalla scuola media inferiore un buon 20-25% non sa leggere o scrivere, segno inequivocabile che la scuola dell'obbligo non ha fruttato.

Nel 2003, il 46% degli adulti sottoposti a cinque questionari di difficoltà crescente, si è fermato al livello del questionario numero 1 (con domande del tipo: “Il gatto ha bevuto il latte” > "Chi ha bevuto il latte?" Risposta: "Il gatto"). Il 35% ulteriore si è fermato al livello del questionario n. 2. L’81% complessivo della popolazione italiana è risultato al di sotto del livello dei cosiddetti alfabeti funzionali.

(Tullio de Mauro, docente di Linguistica all'Università "La Sapienza" di Roma, ex ministro della Pubblica Istruzione, ideatore dei Libri di base ecc. ecc., alla giornata conclusiva del XXIII seminario di perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, Fondazione Cini di Venezia, venerdì 27 gennaio 2006).

- La fonte di questi e altri dati interessanti: qui (grazie a Lucio).

Qualche soluzione al problema la cerchiamo su lavoce.info (che sarà anche un sito della sinistra mooolto moderata di quella che non piace a dariofo, ma ha il pregio di corredare con i dati e le proposte le proprie analisi, almeno si può dissentire avendo a che fare con oggetti):

Per l'uguaglianza delle opportunità, di Daniele Checchi e Vito Peragine
(I divari nei rendimenti scolastici in Italia sono significativi e dipendono fortemente da fattori quali l'area di residenza e il background familiare. Nel Centro-Sud il livello medio di abilità è più basso e più alta la percentuale di disuguaglianze dovute alle diversità nei punti di partenza.)

La lunga marcia dell'istruzione, di Daniel Gros
(Un nuovo approccio di ricerca mostra che non è la spesa in istruzione di un paese a determinare i risultati scolastici dei suoi studenti. Il fattore fondamentale è il livello generale di efficienza del settore pubblico.)

Dare credito allo studio di Andrea Moro e Alberto Bisin
(I dati mostrano che il modello italiano di diritto allo studio è inefficace. I sussidi sono modesti rispetto al costo della laurea, e difficilmente possono influire sulle decisioni dei giovani provenienti dalle famiglie meno abbienti. Meglio sarebbe introdurre forme di credito agli studi universitari. Che dovrebbero coprire i costi dell'istruzione, ma anche i mancati salari, con rimborsi a lungo termine.)

noproject
P.link ¦ commenti
categoria : istruzione





lunedì, 23 gennaio 2006

108.186 caratteri

In vista delle elezioni cittadine di Milano, i partiti dell'Unione evidentemente a corto di idee avevano lanciato in pompa magna il Cantiere, luogo in cui partiti e associazioni avrebbero discusso dal basso il programma del futuro sindaco. Articolato per forum e commissioni, l'organismo si era messo al lavoro. A fine dicembre, ha partorito le linee di governo (attenzione, il link vi scarica un file di word).
Non è chiaro se i candidati alle primarie dell'Unione se ne siano accorti dato che, così ci è parso, nessuno le ha nemmeno citate. Certo prima di gridare allo scandalo occorrerebbe leggerle.
A un primo sguardo, si direbbe che la sintesi non è una qualità particolarmente ammirata dagli amici del Cantiere: si fa fatica a distinguere le proposte operative in quel fiume di parole. Ma noi non ci tiriamo indietro e se ci regge il coraggio nei prossimi giorni gli daremo un'occhiata e vi faremo sapere.

(c'è da dire però che, avendo come mission quella di "ringiovanire la città", quelli del Cantiere non esitano a credere fortemente nelle potenzialità della rete. Come si può arguire da una semplice frequentazione del loro sito)

UPDATE Invece a smentita di quello detto ieri, sul sito di Ferrante le conclusioni del cantiere sono riportate con un link in home page che porta qui (ora ci tocca leggerle davvero)
noproject
P.link ¦ commenti
categoria : milano





venerdì, 20 gennaio 2006

Quante gambe ha un quadrupede?

"
Circa tremila degli ottomila comuni italiani si affidano ormai sempre di più al non profit per garantire servizi soprattutto sociali e sociosanitari".
È uno dei dati che emergono da una ricerca condotta da un team guidato da Nadio Delai (Valutare il non profit, edizioni B. Mondatori) di cui si parla diffusamente oggi su Lettera 22.
Nell'articolo si sostiene che il welfare italico si dovrà sostenere in futuro su quattro gambe: stato, terzo settore, privato e assicurativo, e analizza a questo scopo l'espansione decisiva del non profit.

Nel pezzo che abbiamo postato ieri (La toppa e il buco), il sociologo Paolo Barbieri avanzava molte critiche a questa impostazione, sostenendo che un quadrupede cosiffatto avrà difficoltà di deambulazione non indifferenti ed evidenziando un eccesso di ideologia che ne minerebbe l'equilibrio.
Qui siamo ignoranti e auspichiamo dibattito.

(e comunque non ci sottraiamo al dovere morale di affermare con forza che i caratteri bianchi sul fondo bordò si leggono da cani!)

noproject
P.link ¦ commenti
categoria : welfare, terzo settore





giovedì, 19 gennaio 2006

Il visagista della candidata è truccatissimo

La Rete Civica di Milano ha allestito uno spazio di discussione tra candidati sindaci e cittadini, in vista delle prossime elezioni cittadine. Ci sono forum di discussione e una vagamente inquietante raccolta di pagine personali dei candidati, in realtà utili più che altro perché contengono i rimandi alle vere pagine personali dei soggetti in questione, dove si trova qualche notizia in più sui rispettivi, diciamo così, programmi elettorali. Anche se contengono qualche curiosità: ad esempio chi oltre a Dario Fo può permettersi il vezzo supersnob di linkare una pagina di wikipedia col suo nome?
Dalla lista manca la ministra Moratti, non si sa se non invitata o perché impegnata col visagista di Adobe Fotosciòp.
noproject
P.link ¦ commenti (2)
categoria : milano





giovedì, 19 gennaio 2006

Esclusione sociale

Su lavoce.info, due pezzi, uno di Boeri e uno di De Vincenti, che rilanciano il tema del reddito minimo garantito come strumento di welfare (rmg che non è propriamente il reddito di cittadinanza in quanto, diversamente da questo, è sì universale, ma è anche selettivo, come spiegano del resto gli autori).
noproject
P.link ¦ commenti
categoria : segnalazioni, welfare





mercoledì, 18 gennaio 2006

La toppa e il buco

Il terzo settore può salvare il welfare?


Recensione a:

Massimo Paci, “Nuovi lavori, nuovo welfare. Sicurezza e libertà nella società attiva”,
il Mulino 2005.


di Paolo Barbieri
Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Milano-Bicocca



È piuttosto diffusa, in letteratura, l’idea che il terzo settore, nelle forme del volontariato non profit e dell’associazionismo sociale volontaristico “eticamente motivato”, possa costituire un valido candidato a sostituire, in prospettiva, il welfare pubblico, assistenzialistico, nella gestione dei nuovi rischi sociali della società post-industriale. In questo solco si pone anche l’ultimo libro di Massimo Paci “Nuovi lavori, nuovo welfare. Sicurezza e libertà nella società attiva”, il Mulino 2005.
Il libro di Paci costituisce una riflessione importante sul modello italiano di welfare ed in particolare sulla sua inadeguatezza rispetto alla mutata configurazione di rischi sociali che oggi investono fasce sempre più ampie di popolazione. L’autore, che sul tema è un’autorità indiscussa, propone una riflessione elaborata, consapevole e assolutamente condivisibile dei costi sociali annessi al lasciare non protetti una serie di nuovi rischi e soggetti sociali, avanzando infine una proposta di riforma della componente assistenzialistica del welfare italiano. Tale proposta di riforma è imperniata sul lavoro volontario, eticamente motivato ad operare a costi salariali ridotti: su qualunque proposta di riforma del welfare incombe, infatti, il problema della malattia dei costi (Baumol 1967, 1985) cioè dei costi di tali servizi (di welfare) ad alta intensità di lavoro e a scarsa produttività e contenuto innovativo.

Si tratta di una proposta assai impegnativa, che mi propongo di discutere approfonditamente – come meritano sia l’autore che il testo – verificando innanzitutto se e quanto esista davvero, nel nostro paese, un tessuto, una cultura di reciprocità, un afflato altruistico condiviso da un numero sufficientemente elevato di persone da rappresentare, oggi, una credibile e percorribile risposta di welfare ai problemi – in prospettiva sempre più seri e drammatici – rappresentati dai nuovi rischi sociali. In seconda battuta, proporrò anche alcune considerazioni in merito alle tesi esposte nel libro ed alla proposta di policy avanzata da Paci.


obiezioni pratiche: la dimensione del volontariato in Italia
Sulla disponibilità alla partecipazione associativa e all’attivazione in ambiti sociali, civili e di volontariato è necessario sfatare molti miti e non poche rappresentazioni diffuse. Ci aiuteranno a farlo un paio di puntuali e documentati saggi di La Valle (Inchiesta 2003, Polis 2004) e qualche ricerca recente. Sappiamo che l’Italia è da sempre un paese povero di legami associativi. Tra i primi a dimostrarlo furono Almond e Verba (1963) in una famosa ricerca realizzata alla fine degli anni Cinquanta, da cui emergeva chiaramente come la partecipazione ad associazioni volontarie nel nostro paese fosse estremamente più bassa di quella riscontrabile negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Germania, collocandosi a un livello vicino a quello del Messico.

Particolarmente bassa risultava la partecipazione ad associazioni di tipo “sociale” mentre comparativamente più alta era quella alle organizzazioni di tipo politico: la militanza in queste organizzazioni era quasi tre volte più frequente di quella nelle associazioni operanti nel sociale. Una delle ipotesi avanzate per spiegare la bassa partecipazione civile e sociale identificava un netto trade-off fra partecipazione associativa-civile e militanza politico-sindacale; sennonché o se non che, l’andamento comparato dei tassi di associazionismo politico-sindacale e civile-sociale avrebbe successivamente smentito tale ipotesi. La militanza e l’affiliazione politico-sindacale mostrano infatti, dopo la rapida espansione a cavallo dell’autunno caldo e dei primi anni settanta, un arresto nella seconda metà del decennio ’70 seguito da un rapido decremento nel periodo successivo, senza che tale riduzione della partecipazione politica sia stata compensata da un proporzionale incremento in quella sociale. Anche i dati World Values Surveys - un insieme di ricerche comparate condotte in tre periodi successivi (1981-83; 1990-93; 1995-99) – mentre smentiscono l’ipotesi del trade-off fra militanza politica e partecipazione sociale, confermano invece l’immagine di sostanziale povertà sociale dell’Italia, illustrata da Almond e Verba. Tale condizione permane anche per tutti gli anni settanta e ottanta (Curtis et al. 1992): l’Italia si colloca all’ultimo posto nella graduatoria della partecipazione associativa. La percentuale di intervistati che nel 1981 hanno dichiarato di partecipare adwelfare,  associazioni volontarie risulta persino inferiore a quella registrata vent’anni prima da Almond e Verba.

Ma non è finita: come ricorda La Valle, anche il confronto fra la partecipazione in Italia nei primi anni ottanta e quello di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania non solo riconferma la differenza a sfavore del nostro paese, ma la vede addirittura crescere rispetto a quella misurata circa due decenni prima: “Gli individui che partecipano ai tipi di associazioni volontarie considerati dalla ricerca WVS, sono infatti il 26% in Italia contro il 73% degli Stati Uniti, il 53% della Gran Bretagna, il 49% della Germania (e il 68% della Svezia, il 67% dell’Irlanda del Nord, il 63% dell’Olanda, il 62% della Norvegia e il 61% dell’Australia; paesi a bassa partecipazione sono invece, assieme al nostro, la Francia, 27%, il Giappone, 30%, la Spagna, 31%)”. In sostanza, dai primi anni ’60 fino ai primi anni ’80 osserviamo un netto calo nei tassi di partecipazione associativa e nel volontariato rispetto alle altre nazioni avanzate.

È cambiata, la situazione, negli anni successivi? Possiamo dirci, oggi, un paese ad elevati tassi di civicness e di disponibilità al volontariato altruistico? Il lavoro di Schofer e Fourcade-Gourinchas (2001) riporta i risultati della successiva indagine WVS, realizzata nel 1990-93 da cui emerge come la situazione italiana sia rimasta sostanzialmente immutata: il nostro paese lascia la maglia nera a Spagna (e Argentina), ma si tratta di avvicendamenti modesti fra gli ultimi della classe. Soprattutto considerando i tassi di associazionismo sociale e di attivismo volontaristico per gli anni ’80 e ’90 – cioè coloro che dovrebbero essere i soggetti attivi del welfare di reciprocità - il nostro paese continua a non brillare per disponibilità all’attivismo altruistico: nel punteggio medio individuale di partecipazione associativa l’Italia risulta al 28° posto; precede Giappone, Romania, Spagna e Argentina.

Gli osservatori più attenti ci avvertono anche del fatto che, complessivamente, l’associazionismo italiano resta ancorato a forme di partecipazione che si caratterizzano più come forme di militanza politico-sindacale e religiosa, modalità quindi dietro le quali non è difficile scorgere le tradizionali subculture politiche democristiane e comuniste italiane. Insomma, sembra proprio che, a differenza di quanto accade nei paesi del centro e nord Europa, in cui la partecipazione segue canali e logiche aperte e individualizzate, l’associazionismo italiano resti fortemente ancorato ad appartenenze di tipo ideologico e a logiche dell’agire collettivo di tipo marcatamente corporativo.

Risultati ancora più negativi, per quanto riguarda i livelli di partecipazione associativa e di attivazione volontaristica sono riportati nelle indagini Multiscopo realizzate dall’Istat a partire dal 1993 sino al 2000 su un campione molto più ampio e rappresentativo che non quelli Eurobarometro o WVS. Dai dati Istat emerge chiaramente come i soggetti effettivamente disponibili ad attivarsi in azioni di volontariato sociale siano una (encomiabile quanto) trascurabile minoranza della popolazione: 7,7% in media nel periodo osservato: da un minimo del 7% che dichiara di aver svolto attività gratuita di volontariato negli ultimi dodici mesi, si giunge ad un modesto 8,9% del 2000, ma il trend è alquanto incerto fra i vari anni, e non può essere letto come in crescita.
Anche alla luce di questi dati, possiamo ritenere se non altro estremamente problematica l’ipotesi che il nostro paese possa rappresentare terreno fertile per altruismo e reciprocità. Anche in presenza di un indebolimento della militanza nei partiti e sindacati, ciò non si traduce in un incremento degli investimenti individuali in forme di partecipazione sociale e civile, tale da avvicinare l’Italia al modello di partecipazione sociale tipico dei paesi nordeuropei economicamente e socialmente avanzati.

Infine, la recente ricerca dell’Istituto Cattaneo su capitale sociale e partecipazione in Italia, condotta nel 2004 su un campione probabilistico di 4.000 soggetti, ha riscontrato un tasso medio nazionale di attivazione e partecipazione volontaristica del 8%: valori quindi perfettamente coincidenti con quanto rilevato dalla Multiscopo Istat già citata, e tali da non rendere credibile che queste forme di (lodevole) agire solidaristico possano sensatamente rappresentare una soluzione ai problemi del welfare assistenzialistico.
La disaggregazione del dato nazionale per macroaree territoriali, non è di maggior conforto. Le ricerche esistenti ci rivelano infatti come la disponibilità all’associazionismo e alla partecipazione in attività di volontariato sociale cali vistosamente passando dalle regioni (benestanti) del nord a quelle (più povere e problematiche) del sud Italia. In altri termini, la disponibilità di risorse ‘civili e sociali’ per dare (eventualmente) corpo alle soluzioni di welfare “civile” e volontaristico viene a mancare proprio dove i bisogni sociali e le necessità di un intervento di welfare sono maggiori.

Gran parte della letteratura sul volontariato e il non profit assume invece (senza però mai dimostrarlo analiticamente) l’esistenza di una relazione inversa fra welfare pubblico e volontariato sociale: un rapporto di sostituzione funzionale che, per amore o per forza, farebbe sì che i servizi di welfare pubblici carenti o inesistenti o in riduzione possano essere sostituiti dall’azione “eticamente motivata” del volontariato. Si tratta di un grosso errore, che, duole ammetterlo, riecheggia anche nel testo di Paci, soprattutto quando l’autore cita (quasi esclusivamente) la letteratura italiana sull’argomento: una maggiore attenzione alla letteratura ed alla ricerca comparata europea, avrebbero forse suggerito conclusioni differenti. Il rapporto fra welfare pubblico e disponibilità all’associazionismo attivo nel sociale, sono infatti fenomeni complementari e non contrapponibili: persino nel nostro paese, fra regioni del nord e del sud, le determinanti della partecipazione associativa possono essere identificate nel godere di buone condizioni occupazionali e nel vivere in regioni benestanti del nord-est, a statuto speciale. La partecipazione e l’attivazione associativa e volontaristica, quindi, costituiscono faccende per occupati benestanti, istruiti, che vivono in regioni già dotate di servizi di welfare (pubblico o, più spesso, di mercato), capitale sociale, civicness e quindi ad elevati rendimenti istituzionali. Esattamente i luoghi dove la gestione dei rischi sociali risulta anche meno problematica, mentre al contrario minori risorse e disponibilità alla partecipazione attiva e maggiori rischi che questa sia legata a forme di clientele locali si realizzano proprio in quelle regioni in cui i bisogni di welfare sono maggiori. Un modello di welfare assistenziale basato sul volontariato e il lavoro sottopagato di pochi “eroici” ha tutte le chance di essere un ulteriore, non necessario, fattore di accrescimento della diseguaglianza sociale fra aree ricche e povere del paese.

Ci sono prospettive che questo scenario negativo e pessimistico possa mutare, e che un ‘capitale sociale’ di virtù civiche e di disponibilità altruistiche stia per divenire disponibile socialmente? Per rispondere, osserviamo la propensione all’associazionismo ed alla partecipazione attiva fra i giovani: le generazioni che si stanno affacciando alla vita sociale, possono essere i futuri protagonisti di un welfare di comunità? La risposta sembra dover essere negativa. Una recente ricerca Ires Lombardia (2003), condotta su un campione probabilistico di 1.500 giovani (15-35enni) lombardi rileva come meno del 10% degli intervistati sia membro di associazioni e gruppi di volontariato e di questi solo un terzo partecipi realmente alle attività del gruppo.
Tra coloro che si sono dichiarati membri di associazioni sociali e/o di gruppi di volontariato, la disponibilità alla partecipazione effettivamente attiva cala passando dai più giovani (15-25: 39,3%) ai ‘giovani-adulti (26-35: 30,7%) ad indicare come la disponibilità ad attivarsi in attività sociali e di volontariato sia fortemente correlata con la (giovane) età (un dato questo che trova conferma anche in Scidà 1995) e quindi probabilmente destinata ad affievolirsi con il passaggio alla vita adulta degli individui, com’è anche ragionevole attendersi. Risultati similmente negativi rispetto alla disponibilità dei giovani alla partecipazione sociale attiva sono confermati dall’indagine Iard 2000 (Albano 2002).

Le nostre conclusioni sono avvalorate anche da due ricerche Eurobarometro 1997-2001, condotte su campioni nazionali di circa 1.000 intervistati tra i 14 e i 25 anni e costruite in modo da rendere comparabili i dati sulla partecipazione sociale-volontaristica dei giovani italiani con quelli dei loro coetanei europei. Da tali ricerche emerge una fortissima diminuzione dell’appartenenza associativa tra i giovani italiani, a fronte di un opposto aumento dell’associazionismo giovanile in EU. Nel complesso sono i giovani dei paesi dell’Europa del sud in cui è presente un sistema di welfare “sub-protettivo” (Italia, Portogallo, Grecia e Spagna) ad avere una vita associativa più povera; Olanda, Svezia, Danimarca e Lussemburgo sono invece le nazioni socialmente più ricche, a dimostrazione di come sia sbagliato assumere una relazione inversa fra welfare pubblico e disponibilità all’attivazione solidaristica.
Da ultimo, consideriamo quello che la letteratura (Elster 1990) considera l’esempio più tipico di azione solidaristica compiuta verso uno sconosciuto universale, utilizzato per valutare il grado di altruismo disinteressato e volontaristico di una popolazione: il dono di sangue. Si tratta della forma più pura e totale di comportamento disinteressato, in quanto a fronte di costi immediati, fisici, per il donatore non si danno neppure le possibilità di accumulare una qualche forma di “credito di riconoscenza” (anche l’accumulo di ‘credit slips’ di riconoscenza rappresenta una forma di utile) in quanto il beneficiario per definizione è sconosciuto. I dati Eurobarometro mostrano come in Italia il tasso di altruismo donativo puro si ferma al 20%, un valore molto più basso rispetto a quello di paesi a noi prossimi: Francia 44%, Germania 30%, Danimarca 34%, Gran Bretagna 33%, ed è ancora più basso fra i giovani, dove si ferma al 10% (Lucchini 2004).

Emerge chiaramente dunque, come nel nostro paese, nonostante le retoriche prevalenti, non si diano le condizioni per poter realisticamente proporre (anche soltanto “in linea teorica”) soluzioni di welfare assistenzialistico fondate sull'offerta di lavoro volontario, eticamente motivato, e perciò stesso relativamente poco costoso se non gratuito. La proposta di Paci, quindi, appare empiricamente poco fondata.


obiezioni teoriche: 6 punti
Sin qui ho presentato una serie di dati ripresi dalla letteratura che si occupa di associazionismo e partecipazione, che dimostrano come il nostro sia un paese povero di slanci sociali “eticamente motivati” sui quali costruire un welfare assistenzialistico, variamente localistico. Osserverei anche che assumere che gli atteggiamenti volontaristico-altruistici e/o una più diffusa sensibilità e disponibilità verso la partecipazione sociale possano essere totalmente sganciati dal contesto socioeconomico sottostante e dal modello di stratificazione sociale vigente, significa adottare una visione dei rapporti e delle dinamiche sociali normativa e poco analitica. Il caso, già ricordato, dei paesi nord-europei, che presentano i più elevati livelli di altruismo disinteressato e di attivazione sociale e che sono anche le società più egualitarie e universalistiche fra i paesi occidentali, dovrebbe far riflettere: solo una visione riduttiva dei meccanismi di solidarietà sociale può ritenere associazionismo e welfare (pubblico) reciprocamente alternativi. In realtà giustizia sociale, diritti sociali ampi e garantiti alla stessa stregua dei diritti civili, equità economica, lotta alla disuguaglianza - insomma: condizioni di welfare avanzate - vanno di pari passo con più elevati livelli di associazionismo, di civicness e di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.

Ci sono, però, ancora alcuni elementi che vorrei sottolineare.

1.
La prima considerazione riguarda la premessa teorica del libro, fortemente ispirata ai lavori ed alle visioni di Ulrich Beck. Tale ispirazione beckiana – che Paci fa sua tanto entusiasticamente quanto acriticamente – dovrebbe portarlo a conclusioni opposte, rispetto a quelle cui invece egli giunge. Se le società avanzate post-industriali stanno conoscendo profondi processi di atomizzazione e di pluralizzazione delle identità individuali, con il conseguente aumento della friabilità delle appartenenze sociali, anche di quelle più consolidate, ne dovrebbe conseguire un generale aumento dell’instabilità delle forme organizzate di relazioni sociali. Se le appartenenze sociali quindi sono destinate a destrutturarsi perdendo la loro capacità di costituire elementi di coesione sociale per diventare aggregazioni via via sempre più contingenti (Bauman 1992), in quanto basate sulla mutevole scelta da parte degli individui dei propri legami sociali, ne consegue che risulteranno indebolite le stesse basi dell’associazionismo e più ancora dell’associazionismo attivo, impegnato nel volontariato sociale.

Se, insomma, scompaiono le storiche figure dei “militanti politici di base”, sostituite da individui che sperimentano e decidono le loro appartenenze e la loro attivazione sociale volta a volta, su specifiche issues, ne consegue che l’instabilità e la disorganizzazione delle forme sociali di relazione e di appartenenza divengono la regola. Difficile ritenere di poter affidare a tali forme instabili di sociazione la tutela di diritti e bisogni sociali vitali di parti importanti – e fragili - della popolazione.

2.
In secondo luogo, non si può non sottolineare come la proposta di un welfare volontaristico, proprio per il fatto di far dipendere la disponibilità del servizio dalla disponibilità (incerta e alterna) di persone eticamente motivate a lavorare a livelli salariali ridotti, implichi una radicale trasformazione della natura stessa delle prestazioni assistenziali fornite, le quali passerebbero così da diritti sociali di cittadinanza a mere concessioni condizionate da una serie di eventi/variabili difficilmente controllabili e programmabili sul medio-lungo periodo. Il fatto che, nel nostro paese, una larga parte di tali diritti sociali non sia mai stata garantita dal pubblico, ma internalizzata nella famiglia o lasciata all’assistenza privata a pagamento, non muta la sostanza della questione: i diritti sociali, in un paese evoluto, dovrebbero avere lo stesso status dei diritti civili.

3.
In terzo luogo, alle soluzioni di welfare volontaristiche si applicano le stesse cautele che si applicano alle soluzioni di welfare mutualistico in generale: hanno il (non trascurabile) difetto di venir meno proprio quando maggiore è la necessità e la richiesta di un loro intervento, rivelandosi così strutturalmente incapaci di gestire rischi sociali seri, che colpiscano numeri elevati di soggetti. Il tutto a fronte di rischi sociali che, in prospettiva, possono solo aggravarsi. Si pensi ai trend demografici di invecchiamento della popolazione e al conseguente, prevedibile, aumento dei bisogni di cura, assistenza e lungo-degenza: si tratta di bisogni di cura pesanti e complessi che richiedono presenza costante, lavoro fisicamente e psicologicamente usurante, difficilmente pensabile su base volontaria. Il volontariato, ove è presente, in Italia come in Europa, si limita a compiti di assistenza “leggera” e temporanea.

4.
In quarto luogo, non si può non considerare il fatto che l’enfasi su improbabili soluzioni di welfare volontaristico porta in realtà ad oscurare la deriva privatistica e mercatistica che intanto sta avvenendo nella gestione dei rischi sociali. A questo proposito, la teoria economica ci ricorda che, in presenza di soluzioni di mercato al problema della gestione dei rischi sociali, ci si imbatte quasi inevitabilmente, nel ‘classico’ ma non per questo meno drammatico problema della “selezione avversa”, che ovviamente verrebbe ancor più magnificata da soluzioni di welfare volontaristico. Abbiamo già ricordato come a seguito dei mutamenti demografici correnti una larga parte dei nuovi rischi sociali coinvolgerà popolazioni sempre più anziane e quindi bisognose di servizi di welfare più specialistici e costosi. La selezione avversa, quindi scatterebbe proprio nei confronti dei pazienti più bisognosi e meno remunerativi, lasciati all’assistenza residualistica pubblica, col rischio quindi che si vengano a creare veri e propri ghetti della sofferenza istituzionalizzati. E, ovviamente, questa segmentazione della sofferenza si innesterebbe sulla (già esistente) segmentazione territoriale italiana (si pensi alla sanità regionalizzata) aumentando i divari esistenti rispetto alla diseguaglianza sociale ed all’accesso alla cittadinanza sociale.

5.
In quinto luogo, credo che dovremmo interrogarci anche sulla convenienza macroeconomica di una soluzione di welfare che esplicitamente teorizza il lavoro sottopagato (per quanto “eticamente motivato”) di masse di individui, i quali quindi difficilmente avrebbero la possibilità di trasformare il proprio reddito, inadeguato a sostenere i consumi delle loro famiglie, in domanda aggregata e quindi in crescita complessiva. Ritengo altamente problematico considerare che situazioni occupazionali sottopagate possano divenire la via maestra per conseguire gli obiettivi di crescita occupazionale che l’Italia e l’Europa nel suo insieme si sono poste. A meno di non aver in mente aggregazioni sociali basate, per una serie di compiti di cura essenziali, su eserciti di working poor (per quanto “eticamente motivati”) che onestamente riecheggiano più Speenhamland che non i diritti sociali di prelievo (Supiot, 1999), per accedere ai quali, molto probabilmente, questi soggetti non riuscirebbero neppure a maturare la contribuzione necessaria.


6.
Last but not least, infine, un’ulteriore criticità è data dal rischio che i lavori di welfare “volontari” sottopagati finiscano con il costituire un mercato del lavoro secondario, per le attività di welfare domestico, e segregato per caratteristiche di genere. È facile immaginare come gli effetti di tale situazione finirebbero per combinarsi con il “familismo coatto” (Saraceno 2002) proprio del modello sociale e lavorista imperante nel nostro paese, aumentando la discriminazione a danno di coloro alle quali, già oggi, sono delegati i lavori di cura. E quando ciò si combinasse con la deriva mercatistica “pura” già ricordata, alle conseguenze di iniquità di genere, si aggiungerebbero fattori di iniquità etnica, a danno delle donne extracomunitarie (Sarti 2005).



conclusioni
In conclusione, credo che il libro di Paci rappresenti un’ottima occasione per riflettere sul modello di società e di welfare che ci auguriamo per la nostra vecchiaia e per il futuro dei nostri figli. Il dibattito europeo sta riscoprendo le virtù del modello di welfare universalistico scandinavo, il quale unisce flessibilità e sicurezza. Il dibattito italiano vuole davvero orientarsi verso un modello che presuppone condizioni lavorative meno tutelate, prima di tutto da livelli salariali inferiori? Siamo proprio certi che una tale proposta, nel 2006, corrisponda, oltre che alla situazione del paese, alle aspettative di cura e di lavoro dei suoi cittadini?
noproject
P.link ¦ commenti (4)
categoria : volontariato, welfare, terzo settore





martedì, 04 ottobre 2005

Da "Il Manifesto" del 27 sett 2005

SINISTRA

Universalismo Per ricostruire il welfare occorre un'altra politica economica. Replica a Damiano e Treu
FELICE ROBERTO PIZZUTI

Tra le scelte che qualificheranno significativamente il programma del nuovo governo ci sono quelle riguardanti lo stato sociale, che sono interconnesse con i risultati del sistema economico. Di recente (su l'Unità del 19 agosto) i responsabili delle politiche del lavoro dei Ds e della Margherita - Cesare Damiano e Tiziano Treu - hanno congiuntamente proposto le linee per una «ricostruzione del welfare» che costituiscono un utile stimolo al confronto.

Continua qui

noproject
P.link ¦ commenti
categoria : welfare, terzo settore





mercoledì, 10 agosto 2005

Tanto per ravvivare questo strano agosto segnalo la recensione di un libro che c'entra solo marginalmente con le nostre discussioni ma che merita di essere notato.

Asssalti frontali in nome di Spinoza
Scene di guerra semiotica a Parigi. Un noir fantascientifico di Jean-Bernard Pouy
GIUSEPPE ALLEGRI

Il fulminante libretto di Jean-Bernard Pouy, Spinoza incula Hegel, di recente traduzione italiana (Castelvecchi, pp. 103, € 9,50 ) è un vero e proprio cult della gauche radicale e movimentista d'oltralpe da ormai un ventennio e metafora iperrealistica delle «gesta epiche, barricadere e molotoviste, del Maggio Sessantotto». Il protagonista di questa fiction spinozista è Julius Puech, soprannominato Spinoza: «la testa pensante e il nervo della guerra della Fas», la Frazione Armata Spinozista composta da 11 formidabili combattenti lanciati nella «leggenda del Crash». In uno scenario a metà tra Mad Max, atmosfera neuromance à la Gibson e il continuo, derisorio, richiamo alla crashitudine ballardiana, il nostro si muove abbigliato con «vestiti neri, cintura di coccodrillo, Smith & Wesson» («l'immagine della morte»), ma anche: «sciarpa di seta, capelli tinti di rosso, stivali di lucertola viola, andatura un po' danzante» (la «vita»).

(...)

Julius-Spinoza ci narra in prima persona come si è formata la Fas e come procede verso l'assalto finale contro «questi Giovani Hegeliani di merda»: una «banda putrescente di intellettualoidi che vengono dall'high society parigina, avariata, sentenziosa, semiotico-maoista».

( ... qui il seguito)

noproject
P.link ¦ commenti
categoria : precariato





martedì, 09 agosto 2005

Con la scusa di augurare a tutti buone vacanze vi segnalo un articolo tratto da "Il manifesto" del 07 Agosto 2005 - (CULTURA pag12).

L'Europa delle buone maniere di COSMA ORSI

Dai punti di forza del «modello sociale scandinavo» all'analisi della crisi del welfare state. Ma anche uno sguardo disincantato sui risultati dei referendum olandese e francese che hanno bocciato la proposta di una carta costituzionale europea
Un'intervista con lo studioso danese Jesper Jespersen. L'eredità di Keynes alla prova dell'«egemonia neo-liberale», della globalizzazione dei mercati, della tecnologia e degli incerti esiti dei processi continentali di integrazione politica come l'Unione europea
Ritorno al futuro L'unione dell'Europa è stata perseguita in base ad un arido calcolo economico, dimenticando la giustizia sociale, l'obiettivo perseguito dai padri fondatori
Flexsecurity Reddito di cittadinanza, sistemi di garanzia della forza-lavoro e diritti sociali di cittadinanza come risposta all'egemonia neoliberale
(...)

qui il seguito

noproject
P.link ¦ commenti
categoria : europa, welfare, terzo settore





mercoledì, 06 luglio 2005

Luuuungo ma importante saggio di Giuseppe Bronzini, magistrato del lavoro, sulle possibili vie d'uscita a sinistra in fatto di lavoro e welfare. Lo incolliamo qui sotto. Consigliata stampa e lettura.
(via neurogreen)


Generalizzare i diritti o la subordinazione?
Appunti per il rilancio del diritto del lavoro in Italia

di Giuseppe Bronzini

"Il lavoro non può né deve essere ridotto alle forme storiche particolari che ha preso nelle società industriali, a partire dal XIX secolo, vale a dire l'impiego salariato a tempo pieno. La forma salariata non è che un momento della lunga storia del lavoro"
Alain Supiot (1994) "Critique de droit du travail" pag. 259 Parigi, Puf  


Premessa

Malgrado le legislatura non sia ancora finita è da escludere che, al suo termine, mentre sono ancora pendenti ipotesi di riforma (rectius "controriforma") dell'importanza di quelle dell'ordinamento giudiziario e della stessa Costituzione, si apportino ulteriori mutamenti nel settore del diritto del lavoro: il governo Berlusconi del resto ha appena "rivoluzionato" la materia con il decreto legislativo n. 276\2003. Può quindi tracciarsi un bilancio del quadro complessivo che il futuro esecutivo di troverà di fronte e individuare quali possano essere i provvedimenti più urgenti che una, ancora ipotetica, maggioranza diversa da quella attualmente al potere, dovrebbe iscrivere nel proprio programma, nonché le linee evolutive di un rilancio, più  in generale,  delle capacità perequatici e mitigatrici delle dinamiche del mercato tipiche del diritto del lavoro che ormai sembrano essersi fortemente affievolite, se non sterilizzate del tutto.

Chi vincerà le prossime elezioni si ritroverà il mercato del lavoro più flessibile d'Europa, connotato dal numero abnorme di tipologie contrattuali di reclutamento della mano d'opera caratterizzate in gran parte dalla temporaneità nell'impiego. A ciò si aggiunge l'esistenza di una quota di lavoro autonomo tra le più alte del vecchio continente,  con vaste zone di "eterodirezione esistenziale", ed ancora - nonostante la creazione del nuovo istituto del lavoro a progetto - sottoprotette in modo vistoso. Né può soddisfare l'attuale assetto delle relazioni industriali, vista la mancanza di regole certe ed esigibili in materia di rappresentanza e rappresentatività sindacale, disciplinata ancora -  un decennio dopo il referendum abrogativo - da una precaria e irrazionale regolamentazione di "risulta", frutto della persistenza in vita di norme "oligopolistiche" che  i quesiti referendari miravano  chiaramente a rimuovere dal nostro ordinamento giuridico. La contrattazione collettiva nel frattempo non ha offerto di certo alterative pragmatiche e fondate direttamente sul consenso delle parti sociali capaci di sostituire il tanto atteso intervento parlamentare di riforma, mentre nella legislazione si è ha consolidato - per comprensibili esigenze di evitare il fenomeno dei cosiddetti "contratti pirata" - l'uso del termine "sindacati comparativamente più rappresentativi", la cui tensione con l'art. 39 della Costituzione e la cui inidoneità a misurare il grado di effettivo consenso goduto dalle OOSS e a  sorreggere la vasta problematica dell'efficacia erga omnes dei contratti collettivi (in specie quelli in deroga alla legge) sono largamente riconosciute.

Questa  nozione di sindacato "rappresentativo" doveva in origine avere un uso puramente transitorio in vista di una credibile riscrittura delle regole dopo il voto popolare, ma invece si è pericolosamente stabilizzata venendo incontro a discutibili ragioni di rafforzamento dei sindacati tradizionalmente  più forti, nel momento in cui la complessa operazione di deregulation del mercato del lavoro promossa con il "libro Bianco" indeboliva- in varie previsioni del d.lgs n. 276- il ruolo della contrattazione collettiva di " calmiere" nel ricorso al lavoro atipico. Infine il quadro piuttosto desolante si chiude con la constatazione che l'Italia continua ad essere l'unico paese insieme alla Grecia nell'Unione europea a non prevedere, in violazione anche di una disposizione ad hoc della Carta di Nizza,  alcuna forma di protezione per i disoccupati di lungo periodo e  i giovani in cerca di prima occupazione.

Su tutti questi diversi ma convergenti fronti i governi dell'Ulivo hanno, peraltro, dato una pessima prova, mostrando una irresponsabile mancanza di iniziativa riformista: il governo Prodi ha introdotto una forte iniezione di flessibilità nel sistema con la legge n. 196|1997 (più nota come legge Treu), ma queste misure non sono state compensate in alcun modo con le promesse misure di tutela in favore del lavoro autonomo eterodiretto, né con la "democratizzazione" del rapporto tra lavoratori e OOSS. Le due proposte di legge conosciute come "legge Smuraglia" e  "legge  Gasperoni", per quanto progressivamente addolcite nei loro contenuti garantistici, hanno superato solo il test di uno dei due rami del Parlamento; persino quelle flebile protezione (a carattere sperimentale e solo alcune zone del paese di particolare disagio sociale) dei disoccupati di lunga durata introdotta con la legge sul reddito minimo di inserimento (che ha tutelato in modo assai imperfetto poche decine di migliaia di soggetti a fortissimo rischio di esclusione sociale), non solo non è stata generalizzata all'intero paese e irrobustita nelle prestazioni, ma è stata sostanzialmente fatta cadere.

Ricostruire un diritto del lavoro in grado di offrire un effettivo terreno di compromesso tra le ragioni dell'integrazione sistemica e quelle dell'integrazione sociale (per usare una nota formula habermasiana riassuntiva della ratio del welfare state) presupporrà innanzitutto una franca e chiara ricostruzione  delle opzioni in gioco. Il centro-sinistra ha già fallito a causa delle  proprie divisioni interne  e per la tendenza di tutte le sue componenti a paralizzare gli alleati, più che a definire e spiegare il proprio progetto. Per evitare che ciò possa accadere anche in futuro è necessario che si definiscano anzitempo le soluzioni in campo, approfondendo già oggi gli aspetti tecnico- giuridici, ma, altresì, che vengano investigate a fondo le "metafisiche influenti" che  sottotendono le prime. Quel che ora serve non è l'ostentazione di una aprioristica  e generica "unità", destinata a rivelarsi a breve una mera mossa elettoralistica, ma l'esposizione razionale delle differenti opinioni; da ciò sarà possibile  più facilmente arrivare ad un "accordo per intersezione", all'individuazione dei punti comuni e delle priorità non aggirabili.


Le soluzioni "monistiche"  

Non vi è dubbio che per l'opera di confronto, per  il varo del cantiere ideale delle riforme, si versi già  in grave ritardo: in sostanza tutto deve esser ancor fatto. Tuttavia si può partire da un punto promettente di convergenza tra le varie anime che aderiscono all'Unione: vi è un vasto convenso - tra i provvedimenti da mettere da subito nell'agenda politica-sociale - nel riservare una priorità assoluta  all'istituto della subordinazione, l'attuale "rubinetto delle tutele", o per modificarne radicalmente la gittata, si da far scorrere il  flusso delle garanzie anche su attività sino ad oggi escluse o per creare altri rubinetti "paralleli", eventualmente di minore intensità. Su questo obiettivo (che tende in ogni caso ad allargare l'attuale fascia dei beneficiari del diritto del lavoro ) si può dire che si è, anche in questa legislatura, accumulato un buon materiale di partenza, sul quale sono stati già raccolti ampi pareri, anche di ordine tecnico-dottrinario, che offrono una "base" di ampio respiro per la discussione. Una spinta a mettere al primo posto la revisione, qualunque siano gli esiti di questa operazione, della summa divisio tra lavoro subordinato-lavoro autonomo, il primo regno dominato sino ad oggi  dalla voluntas legis (e in funzione integratrice dalla contrattazione collettiva) ed il secondo dalla lex voluntatis dell'accordo individuale deriva dalla diffusa insoddisfazione (se non preoccupazione) per la parzialissima riscrittura delle regole dell'ultimo settore realizzata con il d.lgs. del 2003 che, pur non abrogando la figura delle collaborazioni coordinate e continuative (ribadite comunque  sine die  per il pubblico impiego) ha legittimato la stipula di nuovi contratti di questo genere solo per "rapporti riconducibili a una o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso " (art. 61), creando  il nuovo contenitore dei cosiddetti "Cocopro".

Ora una consistente parte della dottrina ha osservato che questa nuova area sembra non avere caratteristiche sociali tipiche e facili da riconoscere da parte della giurisprudenza, una sorta di "creazione a tavolino"), la cui incerta natura darà luogo a infinite discussioni e battaglie interpretative. Continua inoltre a non esser chiaro quale sarà l'esito di plurimi contratti a progetto rinnovati senza soluzioni di continuità, posto che nel testo del d.lgs è ravvisabile una singolare contraddizione tra la volontà di impedire un reclutamento permanente di collaboratori da parte della medesima impresa (v. art. 62: contratto di "durata determinata o determinabile")  e la mancata previsione di un limite temporale del singolo contratto e di una disciplina delle proroghe (che in mancanza di norme ad hoc si devono ritenere "libere"). Nel migliore dei casi, si dovranno attendere anni sino a che la giurisprudenza, in presenza di contratti "a progetto" che tendono all'eternità, si pronunci sulle conseguenze di un simile aggiramento della ratio della legge, che comunque è straordinariamente oscura sul punto delle sanzioni e dell'eventuale conversione del rapporto ( ). Comunque è indiscutibile che i "cocoprò" rimangono lavoratori sottotutelati e che il divario che li separa dai "cugini subordinati" è ingiustificabile e irrazionale, posto che spesso queste due categorie svolgono - in regimi produttivi di post-fordismo - attività largamente paragonabili sia in termine di durata che di qualità della prestazione. Nonostante gli abbondanti riferimenti alla Carta di Nizza il legislatore è stato molto parco nell'estendere anche ai "Cocoprò" le tutele essenziali (dalla giustificatezza del recesso alla fruizione di un periodo di riposo annuale) previste dal Bill of rights europeo, così come continua a pesare su questa area di lavoro autonomo l'assenza di ogni protezione "nel mercato" (dalla formazione al diritto alla continuità di reddito) cui questa figura di prestatore d'opera  è più sensibile e interessata.

Se occorrerà comunque rimettere mano alla disciplina del lavoro coordinato e continuativo, sembra inevitabile che si ridiscuta se riassorbire almeno una parte di questa area produttiva in un contenitore più ampio e, in ogni caso,  su come evitare nel diritto del lavoro la persistenza di "figli di un Dio minore" che pur collaborano stabilmente con la stessa impresa.
[La legge n.30\2001 e il conseguente d.lgs del 2003 dovranno peraltro essere necessariamente revisionati anche sotto altri profili, dalla rimozione  dal nostro ordinamento di figure stravaganti di lavoratori  come i lavoratori intermittenti  e i soggetti in staff leasing (giustamente sconosciute in altre realtà del vecchio continente) impedendo una moltiplicazione senza alcuna reale esigenza produttiva delle figure contrattuali " anomale", al ripristino dei poteri delle OOSS nel controllo della " flessibilità" (ridotti nella riforma del Polo), sino alla cancellazione delle modalità che consentono al datore di lavoro di rivendicare - in sostanza a piacimento - ulteriori prestazioni al dipendente part-time, sulla parte di  tempo in teoria "liberata dal lavoro". Su questi punti negli ultimi mesi si sono levate richieste insistenti, soprattutto di fonte sindacale, ma anche qualche  opinione dissenziente da parte dello schieramento più moderato dell'Unione: in ogni caso  ad una politica di abrogazione delle leggi del Polo va accompagnata una strategia più generale e complessiva che si misuri apertamente con le ferite aperte da tempo nel sistema protettivo che non possono essere sanata ritornando sic et simpliciter alla situazione precedente.]

Insomma la riforma della subordinazione o "attorno alla subordinazione" continua ad essere per gran parte del giuslavorismo progressista una meta-riforma, il motore del rilancio del diritto del lavoro nel nostro paese: come dimostra il fatto che proprio in questa materia siano stati presentati due proposte di legge che tuttavia non condividono né le soluzioni tecniche né l'impostazione del discorso, pur tendendo a realizzare una riorganizzazione dell'architettura delle tutele meno punitiva di quella attuale. In prima approssimazione si può dire che mentre una parte della dottrina e con essa alcuni partiti dell'Unione sposa  una filosofia "monista"  mirando alla definizione di una nuova subordinazione "omni-comprensiva", un'altra parte dello schieramento politico e accademico progressista si è invece orientata verso una filosofia "pluralista", che mantiene un confine piuttosto netto tra pianeta del lavoro subordinato tradizionale e mondo del lavoro autonomo, anche eterodiretto, pur volendo dotare questo ultimo dei diritti fondamentali. Queste differenti visioni coinvolgono anche altri punti sensibili delle politiche sociali: i seguaci della prima tendono in genere a trascurare i diritti "nel mercato" come quello alla continuità di reddito e vedere, con un nuovo "supercontratto" di lavoro, esaurito ogni problema di rappresentanza sindacale. I secondi sembrano insistere molto di più sui cosiddetti  "nuovi" diritti (accesso al sapere e all'informazione,  basic income, formazione permanente e continua) che sulla mera generalizzazione delle prerogative classiche del lavoratore  dipendente. Inoltre si guardano con un certo disfavore forme di rappresentanza uniche, in un sistema produttivo disperso e disgregato che la legge di per sé non potrebbe mai riassorbire.

Ora una parte della sinistra più radicale (ed anche l'orientamento prevalente nel maggior sindacato italiano) si è progressivamente attestata sull'idea "che il mondo del lavoro venga - per quanto possibile - riunificato attraverso il riconoscimento normativo di un tipo unitario e omogeneo di lavoro, ancorché articolato al suo interno", vale a dire la creazione ex novo di un contratto di lavoro altrui  quando un "soggetto si obbliga, senza propria organizzazione di mezzi a prestare la propria attività lavorativa, personalmente e continuativamente, in un progetto o organizzazione o impresa altrui":nella versione parlamentare di questa ipotesi la nuova "super-subordinazione" si presenta come una modifica dell'attuale art. 2094 c.c..
La stipula di questo contratto comporta come effetto "normale" l'applicabilità in sostanza di tutta la normativa vigente in materia di lavoro subordinato; dal contenitore si esce solo per patto derogatorio individuale  a forma necessariamente scritta. Insomma in questa prospettiva il legislatore  giungerebbe a tagliare il nodo di Gordio, riunificando ciò che oggi appare artificialmente (ed artatamente) diviso, aggregando il mondo dei lavori in un regime unitario di tutele (anche con il patto in deroga rimarrebbe operante gran parte della legislazione lavoristica), premessa per un  sistema unificato di rappresentanza. Questa ambiziosa riscrittura  dell'intera impalcatura delle garanzie (con effetti diretti e indiretti anche sul piano sindacale) non può non affascinare, soprattutto dopo anni nei quali vi è stata quasi esclusivamente (salvo qualche contromisura voluta a livello europeo) un'opera di deregulation dei rapporti di lavoro, sensibile alle sole esigenze delle imprese. Si scorge l'opera infaticabile di un giurista tanto geniale quanto coraggioso come Piergiovanni Alleva che ha avuto l'indiscutibile merito di avere scosso sin dagli anni 90 la dottrina dal torpore e dalla rassegnazione, costringendola a prendere in seria considerazione la via dell'innovazione radicale.

Ma, a guardare più da vicino il progetto, sorgono numerose perplessità che riguardano non solo il piano tecnico-giuridico, ma in verità anche quello più squisitamente "ideale" e che investono la "metafisica influente" che sorregge quella "grande trasformazione" che una parte della sinistra vorrebbe iscrivere nel programma di governo dell'opposizione. Innanzitutto la strada prescelta non sembra  perseguibile  negli angusti confini nazionali, posto che la materia è da tempo ampiamente comunitarizzata: il contratto di lavoro "per conto terzi" con la sua interna  dinamica legata al "patto derogatorio"  resterebbe un curioso tentativo di elaborazione "italica" di un istituto - come quello della subordinazione - di importanza e rilievo continentale e recepito - almeno in via generale - dalle stesse Convenzioni OIL; inoltre sarebbe anche in una certa tensione con le aperture garantiste dell'Unione in questa materia. Le Corti europee (ed anche talvolta le direttive in materia sociale) tendono, infatti, a sdrammatizzare la distinzione tra lavoro subordinato, atipico e autonomo, assicurando comunque a tutti  le garanzie essenziali (vecchie e nuove) secondo il principio di non discriminazione: l'Unione d'altro canto insiste sui diritti che spettano al cittadino "laborioso" e non solo all'occupato "dipendente", come si evince con chiarezza dall'impianto ed anche dalle specifiche previsioni della Carta di Nizza.

Anche se il prevalere del no al refererendum di ratifica del nuovo Trattato di Roma in Francia e Olanda sembra aver interrotto il processo di costituzionalizzazione dell'Unione, la proposta finisce con il rappresentare una opzione per una "rinazionalizzazione" aperta della materia, un atto non coerente per le speranze di effettiva costruzione di un modello sociale europeo (che, ad esempio, la CGIL ha sempre proclamato "senza se e senza ma")  che - ci sembra - presuppongono dei "contropiani  garantistici" offerti a tutte le forze politiche e sindacali del vecchio continente e non semplicemente "costruiti" sulle particolari vicende di un paese. La soluzione che qui si discute è peraltro sottoposta ad una  tensione interna posto che consente attraverso il "patto derogatorio" di sottrarsi a quelle regole standard di lavoro, tutela e retribuzione che continua a mutuare dal vecchio mondo della "dipendenza": del resto non potrebbe essere che così, a meno di non sottoporre il mercato del lavoro ad una gabbia di acciaio che verrebbe con certezza rigettata dalla realtà sociale. Ma con l'ingresso di questa differenziazione nell'ambito della tanta agognata unità, l'esito diventa molto meno incisivo di quel che si proclama. E' evidente che per areee - inevitabilmente assai ampie - di lavoratori che dovessero scegliere strade di collaborazione all'impresa meno tradizionali, molti dei classici diritti finirebbero o per perdere completamente di senso o per vedere  attenuata la loro centralità. Ha, ancora, un qualche significato la reintegrazione di un soggetto che lavora a casa propria o i limiti di orario per chi è tenuto ad un risultato? Per non parlare di regole come quelle relative al "demansionamento" e alla tutela della professionalità fissate nello Statuto del 1970.

Una rimodulazione delle tutele sarebbe in ogni caso necessaria se non altro per mettere in connessione garanzie legali e dinamiche produttive. Anche se si volesse accettare l'idea che in qualche modo si possano riunificare tutti i lavori in un unico contenitore, l'operazione sarebbe in gran parte inutile, perché comunque le diverse modalità con cui si lavora concretamente condurrebbero all'introduzione di nuove distinzioni: non si può abolire il poliformismo lavorativo per decreto. Peraltro  il meccanismo della stessa "deroga" appare molto problematico. Se la deroga fosse puramente individuale, è facile obiettare che le imprese potrebbero indurre i singoli a scegliere contro i loro veri interessi, se invece fossero i grandi sindacati in via contrattuale a definire le strade per il recupero di una certa differenziazione nelle modalità di lavoro, allora si potrebbe replicare che in tal modo la legge consentirebbe a soggetti collettivi radicati storicamente nelle gradi fabbriche di "colonizzare" territori nei quali ancora non mostrano alcun serio radicamento. Infine ci si domanda se sia lecito, sul piano delle opzioni ideali, costruire ancora la subordinazione di tipo standard come  situazione "normale" e le altre modalità di collaborazione come "devianze" o eccezioni, possibili solo per via di uno "strappo" contrattuale. Un recente saggio di Umberto Carabelli mostra bene come in contesti produttivi post- fordisti o da "economia dell'informazione" il knoledge worker viene ad essere sottoposto - in  virtù del contratto di lavoro subordinato - ad un surplus ed ad una intensificazione della prestazione. Il potere direttivo e quello di controllo, i principi di fedeltà e di diligenza, acquisiscono nuovo significato imponendo al  dipendente un regime di costrizione ancor più stretto che nel passato perché i vincoli tendono ad espandersi all'aspetto qualitativo e intellettuale dell'attività dedotta in contratto.

Dietro il rilancio  del lavoro "subordinato" standard (come modalità primaria di erogazione del lavoro) sembra emergere un atteggiamento di netto disfavore nei confronti di coloro che vogliono sfuggire a  griglie e schemi così rigidi e totalizzanti, anche a costo di rompere le antiche solidarietà nell'ambito delle classi subalterne. Difficile sottrarsi all'impressione  che la strada "monista" sia  percorsa  anche per ragioni squisitamente "ideologiche", non per descrivere gli elementi effettivamente comuni a tutte le attività lavorativa in funzione di una disciplina organica del settore, ma per "prescrivere" comportamenti e riassorbire quella "crisi della subordinazione" che è stata anche esodo volontario dagli schemi omologanti e asserventi del lavoro salariato. Del resto lo stesso Piergiovanni Alleva in un intervento pionieristico della metà degli anni 90, che già suggeriva di riunificare i vari "lavori" nell'ambito di un medesimo contratto di lavoro, sosteneva l'esatto contrario di oggi: considerare come "normale" una situazione di collaborazione coordinata e continuativa e come "eccezione" - da apportarsi con un contratto in deroga - quella della subordinazione tradizionale. Un'opzione, ci pare, molto più ragionevole e vicina alla realtà ed anche alle istanze dei nuovi lavori.


La Scuola "pluralistica": verso la flexicurity?

Un'altra parte della sinistra si è invece attestata su prospettive più pluralistiche che mantengono una certa aria di famiglia con la vecchia idea di uno "Statuto dei lavori", proposta nata nella seconda parte della legislatura precedente, poi ripresa nel "Libro bianco" e successivamente oggetto di approfondimenti ministeriali, dopo la riforma del mercato del lavoro del 2003, ma senza esiti di sorta. Pur non rinnegando esplicitamente l'obiettivo di un riequilibrio nelle tutele tra lavoro subordinato e altre modalità contrattuali con una copertura più ampia delle protezioni (grazie anche all'invenzione di nuove opportunità per chi svolge attività in favore di terzi) l'attuale governo ha intrapreso il falso binario della selvaggia deregulation del 2003 e della improvvisata creazione del nuovo contenitore sottotutelato del lavoro "a progetto".

Un disegno di legge su iniziativa di Giuliano Amato e Tiziano Treu ha in effetti rilanciato l'originaria filosofia dello "Statuto dei lavori" attraverso una strategia che offre  una diversificata, anche se correlata, tutela garantistica  su diversi piani, o per dirla con il noto "rapporto Supiot" sul futuro del diritto del lavoro in Europa - che costituisce la premessa di ordine teorico per le riscritture "pluralistiche" del diritto del lavoro - per "cerchi concentrici". Ad un primo livello si tengono in considerazione tutte le forme di lavoro (volontariato, tirocinio, lav. cooperativo o di pubblica utilità, associati in compartecipazione sino ai lavoratori autonomi in generale ) cui si assegnano un primo pacchetto di diritti - un minimo comun denominatore - quali le libertà associative e sindacali, la tutela della salute e della sicurezza, i requisiti minimi formali degli accordi contrattuali, modalità di preavviso per lo scioglimento del rapporto, il diritto alla formazione (compresso l'accesso a forme di congedo temporaneo), norme antidiscriminatorie e di tutela della privacy, facilitazione sui trattamenti pensionistici anche volontari, la promozione dell'occupazione per soggetti  a rischio di esclusione sociale  ecc.  La tutela si fa molto più intensa  per i rapporti di lavoro autonomo coordinati e continuativi caratterizzati da una situazione di "dipendenza economica" (simile per situazione a quella che nell'altra proposta viene a definire il "contratto di prestazione per  conto terzi").
Si aggiungono i diritti  ad un "compenso equo e proporzionato alla qualità e quantità della prestazione" e a un sostegno al reddito nei periodi di "discontinuità del lavoro". Significative sono anche le più esigenti norme sullo scioglimento del rapporto (si prevede un indennizzo quando per il recesso sia ingiustificato), sulla partecipazione sindacale  e sull'accesso alle informazioni attinenti al lavoro in condizioni di parità con ogni altro lavoratore coinvolto (con una particolare attenzione ai telelavoratori). Molto avanzata è la previsione per cui i diritti di utilizzazione di eventuali invenzioni (ad esempio programmi per computer) diventano di appannaggio del lavoratore e non del committente. L'ulteriore cerchio riguarda l'area della dipendenza che in sostanza viene mantenuto nelle sue attuali prerogative. Ora quel che qui interessa non sono le specifiche soluzioni, certo ancora molto prudenti e talvolta ristrettive, soprattutto in materia di basic income (anche se va registrata qualche apertura rispetto a questi anni di sostanziale inerzia sul fronte della garanzia dello ius vitae) quanto il metodo, l'approccio ad una riordino della materia che dia finalmente senso e significato alla negletta norma di cui all'art. 35 della nostra Costituzione (la  Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni ). Un metodo che mentre non forza nessuno nella camicia di Nesso degli schemi della subordinazione mentre tende a non discriminare le forme di lavoro "anomale" offrendo tutele e protezioni, spesso originali.

Se si segue questo metodo in effetti si dovrebbe - almeno concettualmente - distinguere tra le prerogative individuali o collettive che ancora sono perseguibili all'interno del rapporto di lavoro, ancorché non di tipo subordinato, da quelle che in effetti spettano come cittadino "laborioso", come individuo che comunque tende alla propria autorealizzazione, sia che lavori, che abbia lavorato, che si appresti a lavorare.  E' infatti evidente nella proposta Amato-Treu che si vuole non solo  rendere i soggetti più forti  nel rapporto in corso, ma anche irrobustirli "nel mercato" attraverso un sostegno al reddito erogato pur in assenza di prestazioni o  con  percorsi di formazione permanente e continua.
Questo metodo individua una sorta di terza via tra due correnti opposte nel giuslavorismo di sinistra: tra la tendenza a ricentrare -come si è detto - il baricentro del sistema attorno alla figura tradizionale del dipendente e la spinta ad abbandonare completamente il tentativo di sorreggere - anche in condizioni produttive mutate - nel rapporto la parte più debole attraverso regole pubblicistiche, concentrando invece l'attenzione del legislatore solo sulla tutela ab externo offerta da una piena cittadinanza sociale. E' ipotizzabile, forse, una strada intermedia che da un lato mantiene il controllo sull'operato delle imprese non deresponsabilizzandole totalmente e  non forza ogni attività in forme "totalizzanti di intreccio tra vita e lavoro" e dall'altro lato accetta pienamente la sfida  di una inedita protezione del lavoro che non passa attraverso la disciplina della sue modalità contrattuali. Tuttavia questo approccio necessita  di essere radicalizzato non solo nelle soluzioni offerte, ma nell'impianto ricostruttivo.

Alain Supiot nella sua Critique du droit du travail, un testo ancora di bruciante attualità, parla di un " fallimento del diritto del lavoro, inteso come luogo di armonizzazione delle sue due facce: il lavoro come bene mercantile (o il lavoro astratto, risorsa di ricchezza esteriore e quantificabile) e il lavoro come espressione della persona (o lavoro concreto, risorsa di ricchezza interiore non quantificabile)".
Il movimento delle garanzie ha sempre fatto prevalere il primo sul secondo, una concezione totalizzante e monolitica della subordinazione ha interdetto - per Supiot, ogni determinazione soggettiva, non necessariamente individuale, dentro il rapporto di lavoro. Il giuslavorista di Nancy conclude quindi per un rilancio della  liberté du travail  come diritto costituzionale essenziale alla scelta, il più possibile, non imposta di tempi, carichi e modalità di lavoro, senza essere penalizzati nel possesso dei diritti essenziali, una libertà che trova oggi un significativo riscontro nella Carta di Nizza che vuole superare il più gretto e limitante "diritto al lavoro". Se queste preziose indicazioni di Supiot sono ancora valide, allora la riscrittura  delle regole in materia sociale, non può seguire solo la consueta - a sinistra - filosofia del "pieno impiego" (anche se di certo deve incentivare l'occupazione) ma deve ambire a rovesciare il senso e il significato della flessibilità, rendendola un momento di scelta individuale e non di etero-imposizione, non osteggiando  in sé i processi di fuoriuscita dalla società dell'impiego fisso, ma accompagnandoli con  un corposa iniezione di diritti di cittadinanza e di  principi di repressione delle discriminazioni. In Europa questa prospettiva viene spesso indicata come flexicurity, una strategia "a doppio taglio" per continuare a porre alcune regole non derogabili nei contratti di lavoro, ma al tempo stesso per facilitare l'autodeterminazione dei cittadini come soggetti capaci di scegliere.

Le diverse anime della sinistra mostrano alla fine di concordare sul fatto che alcuni diritti "nel contratto" siano in qualche modo generalizzati e al tempo stesso si mostrano piuttosto restie a concedere che la vera leva per l'intervento sociale risieda in quei "nuovi diritti" che soli riescono a schermare il singolo dalle fluidità e mobilità produttiva propria del nuovo capitale e a proteggerlo al tempo stesso da una specializzazione forzata in attività mortificanti o penalizzanti: il basic income e la formazione permanente e continua (intesa come accesso libero e senza interruzioni temporali al sapere e all'informazione  e non come addestramento coattivo al lavoro, come workfare), diritti che il Bill of rights europeo di Nizza considera e tutela come prerogative fondamentali di tutti i residenti stabili nel vecchio continente e non dei soli lavoratori.
Può essere, a questo proposito, utile rileggere le conclusioni del "rapporto Supiot ": il concetto di cittadinanza sociale potrebbe sintetizzare gli obiettivi di una rimodulazione del diritto del lavoro e del diritto sociale in genere. Nonostante la diversità di concezioni nazionali, questo concetto potrebbe costituire uno strumento teorico adeguato per pensare il diritto del lavoro su scala europea. Esso presenta l'interessante caratteristica di essere inglobante  (copre numerosi diritti, non soltanto l'iscrizione all'assicurazione sociale); lega i diritti sociali alla nozione di integrazione sociale e non soltanto a quella del lavoro: sopratutto connota l'dea di partecipazione".

Non è certamente sufficiente, né auspicabile, una " rivoluzione dall'alto", frutto solo di un  più stretto raccordo con le linee evolutive del diritto del lavoro europeo: nei primi tentativi di costruzione di un movimento contro il "precariato" attorno alle scadenze della Mayday reddito di cittadinanza e flexicurity sono le parole d'ordine emergenti. Alla sinistra basterebbe restare all'ascolto.
noproject
P.link ¦ commenti
categoria : welfare, precariato





lunedì, 27 giugno 2005

Con un po' di ritardo aggiorno sulla discussione per il seminario di quest'autunno (tra l'altro, per proseguirla ci si trova LUNEDI' 11 LUGLIO AL BARRIO'S alle 21).
Ecco intanto un breve
resoconto della riunione di lunedì scorso.

Nel precedente incontro si erano individuati tre temi su cui continuare il lavoro:
1) trasformazione del welfare e ruolo crescente del welfare locale
2) finanza, ruolo della proprietà immobiliare e ristrutturazioni urbanistiche
3) politiche culturali pubbliche e private e qualità del tessuto urbano e produttivo.

A questi temi corrisponderebbero altrettanti blocchetti di 3/4 seminari tra loro separati, che procedano dal generale al particolare (dai massimi sistemi globali al che fare locale, insomma)

Nell'incontro di lunedì scorso si è pensato di partire, questo autunno, dal secondo tema, decisamente rilevante e urgente come ben sa chi sta cercando casa o chi rischia di trovarsi una tangenziale nei pressi della sua dolce casa di ringhiera vecchia milano. Si vorrebbe produrre un'analisi macro del rapporto tra finanziarizzazione dell'economia, investimento e rendita immobiliare e flussi globali di ricchezza. Nientepopodimenoche... però in fondo è l'altro lato della trasformazione del welfare di cui abbiamo parlato quest'anno e di cui riparleremo l'anno prossimo.
Un possibile relatore su questo è un mio amico di trento, Teresio Poggio, che sta finendo una tesi di dottorato sulla storia della proprietà immobiliare in Italia. Un altro potrebbe essere Christian Marazzi (chi è che lo conosce direttamente e può passarci il contatto?).
Sul tema del welfare sta emergendo come urgente un confronto sul tema del reddito di cittadinanza (vedi recenti discussioni su neurogreeen), per cui sarebbe il caso, nel blocchetto di seminari  sul welfare, di inserire un incontro di (come si suol dire) franca e aperta discussione sul tema. Inoltre: si è pensato di fare una bella festa di autofinanziamento autunnale. Noi potremmo accedere all'Aurora di Rozzano, ma se qualcun altro ha altri posti possibili in città ben vengano.

gabriele
noproject
P.link ¦ commenti
categoria :





martedì, 21 giugno 2005

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

"Uno dei punti a favore dell'introduzione di un reddito di cittadinanza monetario significativo e universale pare essere la constatazione secondo cui nell'economia postfordista tutta la vita è messa al lavoro, non essendoci più una separazione così netta tra tempo di vita e tempo di lavoro.

Che la vita sia messa al lavoro significa che ogni competenza è valorizzabile (detto alla buona). Ma NON significa che di per sé sia valore. Perché lo diventi, deve passare dentro le forche caudine del lavoro connesso alla macchina generale. Io posso imparare un sacco di cose, ma se non le uso per produrre beni scambiabili, non produco valore.

Ad esempio, metti che io scriva romanzi e li regali in rete: questo arricchisce il contesto, e dato che la produzione postfordista è (in senso lato che qui  diamo per scontato) produzione di senso e di contesto - produzione di società - io sto producendo. Però, piccolo particolare, non mangio e non ho i soldi per i miei CD. Quindi mi tocca lavorare in casa editrice e scrivere romanzi alla sera.

Viceversa se lo stato remunerasse con un significativo e monetario reddito di cittadinanza l'esistenza a prescindere dal fatto che sia valorizzata, essa smetterebbe tout court di necessitare della valorizzazione.

Ora, mettiamo che lo stato magicamente decida di farlo. Io mi licenzio dalla casa editrice seduta stante e decido di continuare per tutta la vita a regalare romanzi in rete. Che meraviglia, che libertà, che pace. Piccolo particolare: mangio, i CD abbondano, ma continuo a non produrre valore. E non avendo un lavoro non pago tasse. Poco male. Nel frattempo nella casa editrice in cui svolgevo la mia trista e umiliante opera di lavoratore intellettuale sottopagato sono rimasti due soli dipendenti - una è la figlia e l'altra la moglie del padrone: incapaci di portare avanti le commesse e di trovare nuovi impiegati, e in verità piuttosto avviliti dalla situazione, i tre si lasciano andare allo sconforto. In breve l'azienda fallisce e quindi anche il mio ex-padrone decide di vivere con la sua remunerazione d'esistenza (ha iniziato a scrivere romanzi pure lui). Nemmeno il mio ex padrone paga più le tasse, tra l'altro, non avendo reddito proprio... Meglio per lui, no?


Passano i mesi. Lo stato a un certo punto mi avverte che i tre quarti della popolazione ha quasi smesso di pagare le tasse non avendo redditi da lavoro e che tutte le aziende nel frattempo hanno chiuso o si sono ridotte ad aziende familiari, dato che nessuno è così rimbambito da farsi vessare da un padrone se può mangiare lo stesso e ha i soldi per i CD. Di conseguenza, asserisce lo stato, il reddito di esistenza è un po' a rischio per l'anno prossimo. Vedranno cosa possono fare. Tra l'altro mi sono accorto che cominciano anche a scarseggiare i CD. Allora, dato che sono previdente, mi tiro su le maniche e mi metto a vendere i miei romanzi. Già che ci sono assumo un paio di persone particolarmente venali secondo cui il reddito di esistenza è del tutto insufficiente per donne e cocaina. Inizio a vendere anche romanzi di altri. Arriva capodanno, si stappano le bottiglie, lo stato chiude bottega, fine del reddito di esistenza. Il 5 gennaio assumo il mio ex padrone e lo metto a fare le fotocopie. Lui organizza una cellula sindacale. A giugno con 50 suoi colleghi (mi sono un po' ingrandito, sai com'è) prende possesso della casa editrice, cambia la serratura e proclama un soviet. Io mi rivolgo alla magistratura e organizzo dei fasci di combattimento. Il resto lo sapete."

noproject
P.link ¦ commenti (6)
categoria : precariato





venerdì, 10 giugno 2005

Si sta dibattendo su come proseguire quest'autunno la buona esperienza del seminario che ahimé volge al termine.
Ieri sera c'è stata un po' di discussione tra noi e stanno emergendo delle idee, che vi sottoponiamo.

Si sta ragionando su tre argomenti seminariali che potrebbero essere svolti in tre blocchi distinti.
I tre argomenti dovrebbero in qualche modo essere uniti sotto il cappello:
L'area metropolitana di Milano, com'è e come può cambiare (ok, meglio trovare un titolo decente)
e dovrebbero essere qualcosa tipo:

1) trasformazione del welfare e ruolo crescente del welfare locale
2) finanza, ruolo della proprietà immobiliare e ristrutturazioni urbanistiche
3) politiche culturali pubbliche e private e qualità del tessuto urbano e produttivo.

Ogni blocco/argomento potrebbe essere svolto con questi passaggi:
a) il quadro complessivo a livello normativo, a livello materiale (dati) e le posizioni politiche e ideologiche in campo
b) la situazione nell'area metropolitana di milano
c) confronto con altre situazioni ed esempi

Insomma, qualcosa del genere. Che ve ne pare?
noproject
P.link ¦ commenti (7)
categoria :





giovedì, 09 giugno 2005

Seminario "Welfare in trasformazione"
Sesto incontro – 13 giugno, ore 21, Barrio’s
In nome di chi? Le tensioni fra partecipazione e rappresentanza.

Salvatore Amura - Assessore Pieve Emanuele
Sergio Silvotti - Arci
Tommaso Vitale - Sociologo

Promuovere la partecipazione degli abitanti delle città è diventato un obiettivo importante per il movimento. Stanno sorgendo sperimentazioni significative in molte amministrazioni locali, che cercano di innovarsi sfidando le pratiche abituali della democrazia rappresentativa. L’incontro, coordinato da Tommaso Vitale, vuole discutere le tensioni e le contraddizioni aperte dai dispositivi partecipativi. Come fanno i dispositivi partecipativi a non discriminare sistematicamente chi non ha il tempo e le competenze per partecipare? Quando a partecipare sono associazioni, gruppi e comitati, a che titolo questi possono parlare a nome degli abitanti di un territorio? La democrazia “deliberativa” sa fronteggiare lobby e gruppi di pressioni?

Gli incontri si svolgono nel locale bar del Barrio’, via Boffalora angolo via Barona, Milano.
Prima di ogni incontro, alle ore 20, è previsto un buffet.
noproject
P.link ¦ commenti (1)
categoria : welfare





lunedì, 06 giugno 2005

Ogni persona ha diritto al rispetto. La gente ha diritto alle cure mediche, alla pensione, all’istruzione scolastica e così via. Da questo punto di vista, il welfare diventa un “sistema di diritti”, piuttosto che un’opera di carità, rispecchiando i principi del movimento “basic income” che si stanno diffondendo in Europa.
(...)
L’Europa è a un bivio. Da una parte, possiamo provare a seguire gli Stati Uniti, che stanno continuando la privatizzazione del welfare state. Oppure possiamo tentare di immaginare il welfare in un altro modo.
(...)
I principi che condivido sono quelli del movimento chiamato “basic income” (reddito minimo). Si tratta di un movimento di economisti e sociologi olandesi e tedeschi che teorizza una via per riorganizzare il welfare state che garantisca a tutte le persone un reddito minimo e fornisca servizi per bisogni specifici mirati.

Sono opinioni di
Richard Sennett, docente di sociologia alla London School of Economics. Trovate il testo completo dell'intervista su lettera 22.
noproject
P.link ¦ commenti
categoria : welfare





venerdì, 27 maggio 2005

A titolo puramente informativo. Al sito www.redditolombardia.org potete trovare il testo della proposta di legge regionale di iniziativa popolare sul diritto al reddito sociale. E' possibile scaricare il testo integrale direttamente qui.  In tema di simulazioni, al sito www.molleindustria.it è invece possibile dilettarsi con numerosi giochini, anche a sfondo sessuale, sul tema della precarietà dei rapporti.

noproject
P.link ¦ commenti
categoria : precariato





giovedì, 26 maggio 2005

seminario "Welfare in trasformazione"
Quinto incontro
30 maggio, ore 20,30,  Barrio’s, via Boffalora, Milano

Territorio, impresa sociale, politiche pubbliche.
Microimpresa sociale e macrovincoli istituzionali

Intervengono:
Alberto Barni - Comunità Nuova
Thomas Emmenegger - Olinda
Sergio Silvotti - Arci

Coordina: Tommaso Vitale - sociologo
noproject
P.link ¦ commenti
categoria : welfare, terzo settore





venerdì, 20 maggio 2005

Vi segnalo un interessante seminario che si terrà Lunedì 30 maggio, presso il Laboratorio di Politiche Sociali del Politecnico di Milano dal titolo " IL MALESSERE DEL NORD-OVEST E LA SFIDA PER LE POLITICHE - Analisi a partire dal testo EQUILIBRI FRAGILI vulnerabilità e vita quotidiana delle famiglie lombarde" - Micheli G. - Ranci C. (a cura di) Milano, Guerini e Associati, 2004

Segnalo inoltre una serie di articoli e Working papers del Professor Costanzo Ranci che potete scaricare qui

In vena di segnalazioni, propongo una interessante lettura di Giulio Marcon dal titolo Come fare politica senza entrare in un partito. Qui la recensione apparsa su "Il Manifesto". Dello stesso autore Le utopie del ben fare che mi sembra estremamente pertinente al tema del prossimo incontro.

noproject
P.link ¦ commenti
categoria : welfare, terzo settore





giovedì, 19 maggio 2005

Sì, il welfare non c'entra, ma siccome l'organizzazione multicefala è la stessa, siamo lieti di invitare a:

EQUILIRISMI
POESIA E MUSICA PER VOCI MULTIPLE
cum poeti illustrissimi et magni musici

3 serate di poesia contemporanea, musica elettronica e jazz
Barrio's, via Barona angolo via Boffalora, Milano

*************************

Giovedì 16 giugno - ore 21.30

Letture di TIZIANO SCARPA, FRANCESCA GENTI e FLORINDA FUSCO

Quintetto jazz-elettronica:
MAURIZIO ALIFFI - chitarra elettrica
LORENZO ERRA - tastiere
FRANCO DAURIA - percussioni
GIOVANNI COSPITO e STEFANO DELLE MONACHE - computer music

*************************

Giovedì 23 giugno - ore 21.30

Letture di CHANDRA LIVIA CANDIANI

GIANNI MIMMO - sax soprano

Letture di ANNA LAMBERTI BOCCONI

*************************

Giovedì 30 giugno - ore 21.30

Letture di BIAGIO CEPOLLARO, ANDREA INGLESE e ANDREA RAOS

GIOVANNI COSPITO - computer music
noproject
P.link ¦ commenti
categoria :