mercoledì, 12 luglio 2006

FIESTA



Il Comitato Centrale di Noproject è felici di invitarti alla festa di chiusura del ciclo di seminari di Noproject 2006.
Vieni numeroso e, oltre all'autan, porta chi vuoi.
 
Barrios' Café, Via Barona, angolo Via Boffalora, sabato 15/7, dalle 22.30.
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giovedì, 29 giugno 2006

C'è del marcio (forse)

Dalla mailing list Rekombinant, giriamo un breve (tutto è relativo) saggio sul modello danese



Luci ed ombre del modello danese
di Bruno Amoroso, Università di Roskilde

(Relazione al Convegno svoltosi, presso la Facoltà di Economia "Federico Caffè" dell'Università di Roma 3, il 21 febbraio 2006)


Il tema assegnatomi nasce dall'interesse suscitato di recente dalle ripetute affermazioni sul modello danese avanzate dall'Unione Europea, da paesi singoli come la Francia e la Germania e infine dall'organizzazione Internazionale del Lavoro[i] che nelle loro elaborazioni sulle strategie per l'occupazione hanno indicato la Danimarca come un buon esempio da seguire, una "buona pratica" secondo il linguaggio corrente delle organizzazioni internazionali. A questi vanno aggiunti i numerosi studi sull'argomento, sia di autori scandinavi sia di altri paesi, che avvalorano questo interesse[ii]  e l'impatto che ciò sta avendo anche nel dibattito italiano dove i problemi in questione, come vedremo tra poco, sono giustamente considerati cruciali anche per le scelte economiche e politiche italiane.

Il riferimento alla Danimarca nel dibattito sulla flexicurity, cioè sul modo di combinare la flessibilità del mercato del lavoro con la sicurezza sociale dei dipendenti, include numerosi altri aspetti come l'efficiente organizzazione macroeconomica, le capacità di innovazione economica e di riforma istituzionale, gli alti livelli di formazione professionale, e infine la cooperazione tripartitica a tutti i livelli capace di creare consenso non solo sulle iniziative specifiche ma anche sugli obiettivi generali del sistema e delle politiche da seguire. Il tema è ovviamente complesso anche per il carattere necessariamente limitato di una introduzione ad una discussione come questa. Per questa ragione ho scelto di seguire una forma espositiva che richiama i problemi e le connessioni esistenti tra i problemi sollevati, che fornisce i dati base di riferimento per la discussione e le ricerche in corso, che colloca la situazione attuale nel quadro storico di riferimento della Danimarca e dell'economia mondiale in generale e, infine, richiama i punti critici irrisolti e sui quali esiste anche in Danimarca un forte dibattito, anche se meno conosciuto.

Anzitutto qualche premessa teorica, che serve anche a circoscrivere i temi in discussione. Nel dibattito ricorrono due concetti principali: 1) il modello danese di flexicurity; 2) i sistemi di welfare scandinavo o nordico. Il modello danese della flexicurity è il tentativo attualmente in corso di riformare sul tema specifico del mercato del lavoro il sistema di welfare scandinavo presente in Danimarca da oltre un secolo, adattandolo ai sistemi di flessibilità del lavoro e della produzione delle nuove forme di organizzazione della produzione e di competitività richieste dalla globalizzazione capitalistica.

Fasi di innovazione e riforme si sono già verificate nel passato, ma dentro il paradigma del welfare scandinavo che ne è uscito rafforzato. La flexicurity contesta invece le basi di questo paradigma e ne mette in questione i valori e le pratiche sociali che ne rendono possibile il funzionamento. Quindi welfare scandinavo e flexicurity sono due realtà distinte che si sono venute variamente intrecciando nel corso degli ultimi 15 anni, e che da un lato spiegano il successo della flexicurity in questo paese, dall'altro provocano l'invitabile sorgere di nuove contraddizioni rispetto al funzionamento e agli obiettivi del modello scandinavo. 

Nel dibattito danese le tesi a confronto non riguardano il bisogno di forti riforme del sistema sociale e economico alla luce del nuovo quadro internazionale, ma la direzione che queste devono assumere: se cioè vanno seguite le indicazioni della flexicurity, che accrescono ulteriormente i fattori di flessibilità del mercato del lavoro mediante una sua crescente decentralizzazione ed individualizzazione delle forme contrattuali, accompagnate dalla eliminazione del principio del reddito sociale di cittadinanza introdotto negli anni Settanta, oppure non si debbano rafforzare le strutture di welfare su linee divergenti da questa. Quest'ultima opzione significa mettere l'accento sulla maggiore capacità del sistema produttivo di offrire occasioni di lavoro attraenti per i lavoratori (qualità del lavoro e piena occupazione) e di sfruttare le nuove opportunità offerte dalle tecnologie per rendere il lavoro maggiormente adattabile ai bisogni dei cittadini, delle famiglie, ecc.).

La Commissione per la riforma del welfare danese istituita dal governo conservatore-liberale mette l'accento sulla linea della flexicurity, cioè sul bisogno di riportare le forme di "reddito sociale" dentro i limiti della compatibilità con i bisogni di riduzione dei costi e di efficienza del mercato del lavoro. La Commissione Alternativa per la riforma del welfare, sostenuta da sindacati e varie organizzazioni di base, ritiene inappropriato in presenza dei riconosciuti successi del modello sociale danese, proporre una riforma che sbilanci la sua componente sociale a favore di asseriti criteri di efficienza e di bilancio.

In conclusione, il problema al centro dell'attenzione e delle controversie non è quello della flessibilità tout court, che è da sempre una caratteristica di questi sistemi di welfare e rispetto alla quale la flexicurity porta poco di innovativo, ma il tentativo di quest'ultima di sostituire la centralità del sistema socio-economico e dei suoi meccanismi di funzionamento collettivamente negoziati e solidaristici, con la centralità del mercato del lavoro e di un sistema di rapporti sociali individualizzati e competitivi.

La mia esposizione si articola su due punti:

1) Il sistema danese di flexicurity.

2) Il contesto storico dell'economia e del mercato del lavoro danese ed il modello di welfare scandinavo.


1) Il sistema danese di mercato del lavoro e la flexicurity

Il modello danese del mercato del lavoro ha oggi una forma ibrida poiché è tuttora fortemente strutturato sulle forme del welfare scandinavo, ma con riformulazioni e cambiamenti in direzione della flexicurity, cioè di un modello neoliberista di gestione dell'economia e del mercato del lavoro. La versione ufficiale del governo definisce il sistema della flexurity danese come un "triangolo d'oro", i cui flussi principali si articolano su tre punti di riferimento:  
A) Flessibilità del mercato del lavoro
B) Sistema di welfare
C) Politiche attive del mercato del lavoro


FLESSIBILITÀ
Nello schema la flessibilità fa riferimento alla flessibilità numerica, cioè al numero di dipendenti che ogni anno cambia lavoro, da un'azienda a un'altra, attraversando un periodo di disoccupazione. Su un numero di 100 persone (ad es.) che perde il lavoro e che riceveranno per il periodo corrispettivo sussidi di disoccupazione, 80 lo ritrovano in modo autonomo mentre 20 dovranno rivolgersi al sistema delle politiche attive per ricevere sostegno al loro eventuale reinserimento nel lavoro (corsi di riqualificazione, job training, ecc.).

Esiste un alto livello di mobilità da un posto di lavoro all'altro dovuto alla scarsa protezione del posto di lavoro in Danimarca. Le frecce indicano i movimenti dei lavoratori in mobilità e si calcola che circa il (25%-35%) cambia datore di lavoro ogni anno e circa 1/3 - ¼ della forza lavoro è colpita da disoccupazione e riceve sussidi di disoccupazione o di supporto. Dal punto di vista della flessibilità il modello danese è molto vicino ai sistemi liberali prevalenti in Canada, Irlanda, Gran Bretagna e Stati Uniti.

La mobilità danese è la più alta in Europa, con un indice pari a 138 rispetto a 100 dell'UE. Tra i Paesi nordici la Danimarca si colloca all'ultimo posto per la protezione del posto di lavoro ed è la quintultima dei paesi OCSE seguita da Canada, Irlanda, Gran Bretagna e Stati Uniti. Alla flessibilità numerica dovuta alla forte mobilità del lavoro vanno aggiunti alti livelli di flessibilità dell'orario (straordinari, part-time, ecc.),  funzionale e organizzativa (mobilità interna al posto di lavoro sia orizzontale sia verticale), salariale. Da osservare tuttavia che tutte queste forme di flessibilità non avvengono in Danimarca in un quadro di de-regolazione neoliberale come quella predicata, tra gli altri, dall'OCSE dalla metà degli anni Novanta, ma attraverso una gestione politica e un controllo dettagliato e concertato da parte delle organizzazioni sindacali e padronali.

La forte mobilità ha una delle sue ragioni importanti nella prevalenza delle piccole e medie imprese nell'industria danese, ma c'è consenso sul fatto che l'assenza di norme protettive contribuisca ad accentuare il fenomeno. La flexicurity spingendo verso forme crescenti di decentralizzazione e individualizzazione dei rapporti di lavoro, tagli alla spesa sociale e dei contributi sociali, e un indebolimento della rappresentanza sindacale, apre scenari ignoti al funzionamento del sistema.

Gli sviluppi degli ultimi anni hanno impresso una forte spinta all'indebolimento della contrattazione collettiva centralizzata e un forte incremento delle decentralizzazione a livello delle singole aziende. Anche la pratica dei contratti individuali per mansioni tecniche e amministrative si va estendendo. Nel settore privato i contratti collettivi regolano centralmente non più del 15% del contenuto della contrattazione salariale. Dagli inizi degli anni Novanta ad oggi la percentuale degli accordi collettivi che non menzionano le retribuzioni sono aumentati da circa il 4% al 20%. Il risultato totale di questa trasformazione è la tendenza a un calo generale degli aumenti salariali medi. La pratica delle contrattazioni collettive ha introdotto una logica opposta a quella tradizionale: il contratto nazionale promuove e raccomanda limiti alla crescita salariale; a livello della contrattazione aziendale si apre così la strada a retribuzioni che vanno aggiustate a seconda delle condizioni di concorrenza specifica che incontra la singola azienda nel proprio settore o sui mercati internazionali.


WELFARE
La forte mobilità presa in esame nel punto precedente non è stata il frutto di uno strapotere degli imprenditori, ma di un accordo storico tra capitale e lavoro in Danimarca dal quale nacque il Patto sociale (1899) che sancì "il diritto degli imprenditori di organizzare e dirigere la produzione e il lavoro" e affidò  al movimento operaio, attraverso il suo partito (socialdemocratico), la "gestione dello stato". Con un impegno di reciproca lealtà, alla quale tutti i conflitti anche aspri sostenuti hanno sempre ricondotto, che consentì ai  governi che si sono susseguiti dal 1929 fino agli anni Ottanta di costruire un modello di welfare sociale e di democrazia politica capace di creare coesione sociale e politica nel paese accanto a un sistema economico dinamico e innovativo.

Il punto indicato nello schema con la voce welfare, sottintende misure miste di sostegno dei redditi dei lavoratori disoccupati, e come tale quindi non copre per intero la funzione di welfare del modello scandinavo che va ben oltre. Ma su questo più tardi. Per ora è interessante sottolineare che situazioni di disoccupazione causate da scelte imprenditoriali ritenute legittime, considerate un fenomeno ricorrente e naturale nella fisiologia del sistema di mercato danese, non devono produrre effetti negativi sulle condizioni di reddito dei lavoratori, e quindi sui loro standard di vita personali e famigliari.

La voce welfare dello schema fa quindi riferimento al diritto dei lavoratori alla copertura dei redditi in caso di disoccupazione per la quale è previsto un sussidio di disoccupazione assicurativo, con integrazione statale, e per i lavoratori non assicurati una copertura pubblica. Il fondamento etico di questa scelta è ovvio. Quello economico è dato dal riconoscimento che una maggiore libertà di iniziativa concessa agli imprenditori è in grado di produrre più innovazione, più rischio d'impresa, e quindi anche maggiori risultati economici con i quali la società nel suo complesso si può far carico del rischio disoccupazione per i lavoratori. Una acquisizione che efficienza e eguaglianza non solo non confliggono ma creano un circolo virtuoso.

Nel sistema danese, nonostante le notevoli restrizioni introdotte nel corso dell'ultimo decennio per ridurre la componente di sicurezza del reddito e favore di meccanismi di incentivazione al lavoro, la copertura del sussidio di disoccupazione è del 70% per il lavoratore di reddito medio e del 90% per i bassi salari. Si tratta di benefici tra i più alti tra i paesi dell'UE. Misure di sostegno del reddito sono previste anche per i lavoratori non assicurati, in una misura corrispondente a circa l'80% del sussidio di disoccupazione. I cambiamenti recenti non hanno modificato sensibilmente i livelli dei sussidi, ma accresciuto le forme di controllo e incentivazione riducendo a 4 anni il periodo massimo di fruizione dei sussidi, e con forme più forti di condizionamento al diritto ai contributi. Tetti ai contributi sono stati introdotti per gli immigrati (variano dal 50% al 10% dei sussidi ordinari a seconda i paesi di provenienza) con brevi termini per il reinserimento (1 anno).

Con gli occhiali del welfare scandinavo, quindi, flexicurity definisce ciò che già c'è, è cioè la consapevolezza che eguaglianza e efficienza vanno a braccetto. Ma l'idea di flexicurity introdotta negli anni Novanta sul filone del neoliberismo per ridefinire qualcosa che già esisteva, ha un'altra direzione. Rompe "l'ideologia" dell'abbraccio virtuoso tra efficienza e eguaglianza, e afferma il principio del bisogno di far dipendere l'eguaglianza dall'efficienza. Quindi un rapporto di parità si trasforma in uno di dipendenza. Le misure di welfare per i disoccupati, concepite dentro il sistema di protezione del reddito dei cittadini, il diritto al reddito di cittadinanza affermato dalla riforma del sistema sociale danese degli anni Settanta, sono re-interpretate dentro un sistema di rapporti funzionale ai bisogni delle imprese.

D'altronde non è un caso che il concetto di flexicurity sia stato introdotto per la prima volta nei Paesi Bassi a metà anni Novanta per rompere un sistema di relazioni industriali ritenuto troppo rigido e sbilanciato a favore dei lavoratori. Indipendentemente dalle ragioni, o torti, di indebolire le norme di protezione dell'occupazione in quel paese, poi attuate, il tema è stato ripreso generalizzandone la validità per tutti i paesi in modo in modo ossessivo dall'Unione Europea per spingere gli impossibili obiettivi della strategia di Lisbona del 2000 e della sua strategia per l'occupazione[iii]. Infine la flexicurity, in questa nuova versione, è divenuta la linea ufficiale del governo conservatore-liberale in Danimarca pur in presenza di una situazione totalmente diversa da quella degli altri paesi europei.

Il rilancio del sistema di welfare, ribattezzato flexicurity, prende in Danimarca due forme. Anzitutto se ne esalta il valore. Nelle parole del Primo Ministro:  

"Il nostro sistema di flessibilità del lavoro è di alto livello rispetto agli standard internazionali. ( ..) La sua flessibilità è data dal fatto che è facile assumere e licenziare i dipendenti. Non c'è alcun tipo di restrizione. Questo è come abbiamo deciso di organizzare il sistema danese del mercato del lavoro. Tuttavia, questo è possibile solo perché abbiamo un alto livello di sicurezza sociale. (...) Abbiamo flessibilità perché abbiamo un alto livello di sicurezza sociale."

Queste affermazioni sono state fatte dopo il fallito tentativo del governo di riformare il sistema dei sussidi per disoccupazione nell'autunno del 2003, e sono oggi contrastate dalla nuova campagna in corso per irrigidire ed inasprire le regole di accesso ai sussidi sociali e di disoccupazione e ridurre spese sociali e contributi per disoccupati. Nel primo caso con richiamo alla spesa pubblica e nel secondo per incentivare i disoccupati a rientrare nel mercato del lavoro.

Successivamente si restringe l'estensione del diritto alla copertura sociale limitandola ai gruppi vulnerabili che vengono tuttavia sottoposti a criteri restrittivi di controllo e di inserimento[iv]. Si tratta di un approccio inconsistente con il sistema danese di welfare scandinavo che attraverso il reddito di cittadinanza garantisce a tutti, lavoratori, sussidi sociali. In realtà significa riportare tutti i problemi di formazione del reddito dentro una dimensione economica e produttivistica.


POLITICHE ATTIVE
L'obiettivo delle politiche attive del mercato del lavoro è l'aiuto che il settore pubblico deve offrire ai lavoratori in difficoltà a trovare una occupazione per un rapido loro reinserimento nel mondo della produzione. Questo aiuto prevede vari programmi (istruzione e addestramento professionale) per la riqualificazione professionale ed anche un monitoraggio motivazionale della volontà del soggetto di reinserirsi nel lavoro. Implicito in questo sistema c'è l'assunto che non è compito degli imprenditori preoccuparsi della formazione dei propri dipendenti o delle loro condizioni generali di welfare. Questi aspetti vengono attribuiti allo stato e si ha così spesso uno scarico di costi sociali dai costi aziendali al sistema fiscale.

I successi di queste politiche, e la ragione della loro implementazione, sono più di tipo indiretto che diretto. In genere le ricerche a disposizione dimostrano che istruzione e corsi professionali ottengono scarsi effetti ai fini del reinserimento. Più positivi sono i risultati di attività di formazione realizzata all'interno delle imprese e con un inserimento reale nel processo produttivo. L'effetto vero di queste misure è di spingere i lavoratori a cercarsi una occupazione oppure a rinunciare uscendo dal sistema di disoccupazione per entrare in quello più povero dei sussidi sociali.

Questo terzo polo del sistema danese del mercato del lavoro è di recente introduzione poiché il diritto al reddito di cittadinanza non legava il sussidio alle prestazioni lavorative, essendo queste una scelta personale di inserimento in questo o quel contesto e non una condizionalitá per l'accesso al reddito. Questa "riforma" è in linea con lo spirito delle riforme neo-liberali del workfare (delle quali la flexicurity è figlia), allinea il modello danese di welfare a misure di formazione e attivazione da sempre presenti nei modelli svedese e norvegese, e contraddice per le forme che assume oggi lo spirito del welfare scandinavo,  anche se alcuni autori hanno voluta presentarla come un nuovo importante compromesso sociale tra sindacati e imprenditori[v].

Infatti il precedente sistema dei diritti è stato sostituito con la riforma del 1994 del mercato del lavoro che ha inasprito il sistema delle condizionalità poste per l'accesso ai sussidi di disoccupazione (e sociali in generale), introducendo il sistema del "bastone" e della "carota" ai fini della loro esigibilità: è stato ridotto il periodo durante il quale si ha diritto ai sussidi previsti, le regole di disposizione e accesso sono state irrigidite, il diritto alla riqualificazione per l'eligibilità abolito e l'obbligo del rientro rafforzato. Inoltre il sistema di monitoraggio e controllo delle attività è stato decentralizzato con un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni del mercato del lavoro. [vi]

Il successo limitato di queste iniziative ha portato all'introduzione di indirizzi politici più restrittivi tesi a proclamare la condizione lavorativa come condizione di accesso ai diritti sociali: il periodo di accesso ai sussidi ulteriormente accorciato, sanzioni previste, irrigidimento delle regole di disponibilità e mobilità, criteri di riqualificazione professionali ridotti e ritorno a forme più centralizzate di gestione di queste misure. Misure che esprimono chiaramente il fallimento delle politiche precedentemente attuate. Da qui l'inizio di una campagna che trasferisce le cause della disoccupazione dal movente della qualificazione (sostenuto in precedenza) a quello della motivazione a lavorare. L'ipotesi che il tipo e la qualità del lavoro offerto non corrispondano alle aspirazioni di vita o alle possibilità reali di partecipazione di gruppi particolari di cittadini (donne, immigrati, giovani, anziani) non sembra sfiorare gli esperti e i politici. Tesi, questa, sostenuta invece dal autori critici.[vii]

I risultati positivi alla base dell'interesse per il modello danese del mercato del lavoro con i suoi recenti innesti della flexicurity sono dovuti all'andamento positivo dei principali indicatori dell'economia, l'alto livello di occupazione della popolazione attiva, e i bassi livelli di disoccupazione. I fondamentali dell'economia sarebbero dunque in ordine e di questi tempi il risultato non può che richiamare attenzione. Lo scopo di queste note è di richiamare l'attenzione sui costi sociali di questa efficienza del sistema economico, sia per qualità sia per dimensioni, che se sono sostenibili in un contesto politico e culturale come quello danese, caratterizzati da un alto livello di disciplina sociale e di coesione dovuti alla omogeneità della sua popolazione, non è detto che sia facilmente riproducibile altrove. Questa osservazione verrà di seguito approfondita anche per i suoi aspetti economici e istituzionali.

L'intera popolazione attiva nel mercato del lavoro danese è costantemente sottoposta a un processo di valutazione e di selezione funzionale agli obiettivi che di volta in volta si assegna il sistema di produzione. Questo, insieme ai ritmi crescenti di lavoro e di innovazione, ha portato all'esclusione dal sistema produttivo di ampie fasce di lavoratori da parte degli imprenditori, mentre altre fasce oscillano continuamente in condizioni di incertezza rispetto al loro declassamento o esclusione. Dal 1960 alla fine degli anni Novanta il numero delle persone dipendenti da redditi di trasferimento è cresciuto da circa 200.000 a 900.000 (lavoro a tempo pieno) corrispondenti a un quarto della popolazione adulta. Dati aggiornati approfondiscono il problema:  

"Ci sono oggi in Danimarca più di 900.000 persone in età lavorativa tra i 18 e i 66 anni, senza occupazione. Tra questi troviamo 190.000 persone che hanno preferito lasciare il lavoro anticipatamente (dismissione anticipata dal lavoro), 265.000 on pensionamento anticipato che hanno lasciato il lavoro in anticipo perché logorati, e altri gruppi fuori dal lavoro per scelta propria, anche se temporanea. Tra questi il gruppo maggiore è dei 25.000 genitori in congedo per gravidanza o altre cause famigliari. Restano 427.000 persone che vivono con sussidi pubblici perché disoccupati involontari." [viii]


2) Il contesto storico dell'economia e del mercato del lavoro danese ed il modello di welfare scandinavo.

L'analisi del modello scandinavo e del modello di mercato del lavoro danese riflettono i punti di vista professionali dei vari autori, che privilegiano aspetti parziali oscurando così l'insieme e il sistema delle interconnessioni che li caratterizzano. Gli economisti rivolgono l'attenzione al mercato del lavoro (flexicurity), i politologi si concentrano sul sistema istituzionale e le funzioni di mediazione sociale (economia negoziata), i sociologi sulle politiche sociali (spesa sociale, esclusione sociale, ecc.).

La comprensione del modello danese di welfare richiede l'analisi simultanea di questi fattori poiché è il risultato di un processo di lievitazione storica iniziato nelle comunità e nei comuni agricoli nei secoli scorsi, continuato poi nelle sue forme cooperative e solidali con la nascita del movimento operaio nel secolo scorso fino ai nostri giorni. Ha dato luogo alla costruzione di un sistema unico di cooperazione e forte identità nazionale e sociale, avvantaggiato dalle dimensioni del paese e dalla omogeneità etnico-culturale della popolazione.

L'evoluzione del modello di welfare danese oggi esistente inizia nella seconda metà dell''800 con il nascere delle organizzazioni politiche del movimento operaio (Partito socialdemocratico danese, 1871), della Confederazione dei sindacati dei lavoratori danesi (1898) quasi contemporaneamente alla costituzione della Associazione dei datori di lavoro (1896). Sul pragmatismo comunitario delle origini, di forte impianto nazionale e religioso, si venne sviluppando nel corso del secolo scorso un approccio nuovo che porterà poi negli anni venti alla svolta riformista.[ix] Quello che interessa qui ricordare con riferimento all'oggetto della nostra presentazione è che le istituzioni che sono alla base del modello danese del mercato del lavoro e che vengono oggi classificate dentro il sistema delle flexicurity hanno origini più antiche.

La divisione funzionale tra produzione e amministrazione, economia e politica, fu sancita come già ricordato nel 1899 nel Patto sociale (Accordo di Settembre) sottoscritto tra sindacati e datori di lavoro. La riforma dei sistemi di istruzione e l'introduzione dei sistemi sociali di previdenza prima e della legislazione sociale poi hanno avuto un lungo cammino di crescita durante oltre un secolo: dall'"elemosina alla solidarietà", fino alla grande riforma del sistema sociale danese degli anni Settanta che sancì il principio della garanzia del reddito di tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro collocazione rispetto al sistema produttivo (reddito di cittadinanza).

Sistemi assicurativi e di aiuto alla disoccupazione risalgono al 1907, le politiche attive del mercato del lavoro vennero introdotte nel 1979, ecc. Nel frattempo si vennero evolvendo i sistemi educativi e della formazione professionale, della salute pubblica, delle infrastrutture sociali e culturali, efficienti e trasparenti sistemi fiscali, ecc. . Le fasi di crescita dell'economia danese hanno seguito tempi simili a quelli italiani. L'industrializzazione danese, iniziata nel secolo scorso, si realizza solo dagli anni Sessanta ma segue alcune linee distintive rispetto al sistema italiano. Non adotta il modello fordista ma mantiene la struttura della piccola impresa, fortemente specializzata e innovativa; conserva una struttura professionale dell'organizzazione sindacale (corporativa) con forte decentramento; infine mantiene un rapporto organico con l'evoluzione dei sistemi agricoli del paese.

Il modello danese del mercato del lavoro è perciò un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall'insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare e fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali (delle esternalitá) così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso.  Esiste in sostanza una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l'organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali e di rappresentanza) costruite intorno alla centralità del sistema industriale (la fabbrica fordista, con le sue città, i suoi trasporti, ecc.), a scapito dell'agricoltura e dei suoi spazi (la società rurale), e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexicurity presuppongo la centralità dell'impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale (al bene comune), i profitti e l'efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture.

La svolta, che introduce elementi di conflitto nel sistema di welfare danese, è stata quella degli anni Settanta, quando si venivano già delineando i problemi che la globalizzazione capitalistica avrebbe portato. Con grande anticipazione di analisi rispetto ai tempi non sfuggi alle socialdemocrazie scandinave che la globalizzazione, con la sua finanza e le sue tecnologie, avrebbe minacciato i sistemi nazionali di welfare, sottraendo i capitali al ruolo nazionale di agenti dello sviluppo. Da qui la richiesta di completare il ciclo di crescita della democrazia - dalla democrazia politica del 1800, alla democrazia sociale del 1900, alla democrazia economica del nuovo millennio.

Questa proposta che tendeva a riprendere il controllo sociale sull'economia nelle nuove forme di movimenti dei capitali, investimenti, commercio internazionale,, ecc. rappresentava però obiettivamente una revisione del Patto sociale (vera Carta Costituzione del mercato del lavoro danese) che attribuiva agli imprenditori la gestione dell'economia e al movimento operaio la gestione amministrativa e politica dello stato. Dallo scontro che ne seguì il movimento operaio usci sconfitto e nacque così dagli anni Ottanta in poi la nascita di una egemonia politica borghese e di destra con pretese di direzione sia del governo dell'economia che dello stato.

Lo scontro al quale si assiste oggi è quindi espressione sia del tradizionale conflitto di classe sia di un conflitto politico. Per questo dagli anni Settanta è iniziato un ciclo involutivo del sistema di welfare danese, rappresentato dal progressivo indebolimento del sistema dei diritti sociali e la trasformazione del sistema delle garanzie sociali e delle istituzioni del welfare in direzione di una maggiore centralità del sistema produttivo e, nel caso del mercato del lavoro, della flexicurity come nuovo sistema di equilibrio tra efficienza e equità.  La situazione attuale riflette pertanto sia tutti i fattori positivi in termini di efficienza che il modello di welfare danese ha costruito nel corso della sua storia, sia le conseguenze sociali negative che un cambiamento di sistema produce sulla struttura nazionale e solidale del paese.

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NOTE

[i] Auer, P. & S. Cazes (eds.) (2003): Employment stability in an age of flexibility. Evidence from  industrialized countries, International Labour Office, Geneva.

   Egger, P. & W. Sengenberger (2003): Decent work in Denmark. Employment, social efficiency and economic security, Geneva: ILO.

[ii] Wilthagen, T (1998): Flexicurity - A new paradigm for labour market policy reform?, Berlin: WZB Discussion Paper, FSI, 98-202.

   Wilthagen, T & F. Tros (2004): The concept of 'flexicurity': A new approach to regulating employment and labour markets, TRANSFER -    European Review of Labour and Research, 10(2), pp. 166-187.

Madsen, P.K. (1999): Denmark: Flexibility, security and labour market success, Employment and Training Papers No. 53, ILO, Geneva

Madsen, P.K. (2004): "The Danish model of 'flexicurity': experiences and lessons", TRANSFER. European Review of Labour and Research, 10(2), pp. 187-207

OECD (1997): Employment Outlook, Paris: OECD.

Greve, B. (2005) Velfædssamfundet. Myter og Facts, Kønhavn;

Greve, B. (2005) Denmark - a universal welfare state, Roskilde2005)

Esping-Andersen, G. & M. Regini (eds.) (2000): Why Deregulate Labour Markets?, Oxford: Oxford University Press.

[iii] EU, Commission's Green paper from 1997: Partnership for a New Organisation of Work

[iv] Wilthagen, T & F. Tros (2004): "The concept of 'flexicurity': A new approach to regulating employment and labour markets", TRANSFER - European Review of Labour and Research, 10(2), pp. 166-187.

[v] Torfing, J. (2004): Det stille sporskifte i velfærdsstaten - en diskursteoretisk beslutningsprocesanalyse, Aarhus: Magtudredningen.

[vi] Amoroso, B. & Jarvad M.. I. (1999), "The Managment of Redundancies in Europe: The Case of Denmark", in Review of Labour Economics and Industrial Relations, vol. 13, n. 1, Special Issues, pp-91-121.

Larsen, F., L. Dalsgaard, T. Bredgaard & N. Abildgaard (2001): Kommunal aktivering - mellem disciplinering og integration, Aalborg: Aalborg Universitetsforlag.

Jørgensen, H. & F. Larsen (2002): Aktivgørelse af aktiveringen kommer ikke af sig selv -Betydningen af institutionelt design for udvikling af ledighedsindsatser, pp. 164-202,

Madsen P.M. &  Pedersen, L. eds. Drivkræfter bag arbejdsmarkedspolitikken, Copenhagen: Socialforskningsinstituttet 03:13.

[vii] Jespersen, J. & Andersen, B. R.  (2006).Velfærdsdebat på vildspor, Tiderne Skifter, København  2006

[viii]  Jespersen, J. & Andersen, B. R.  (2006).Velfærdsdebat på vildspor, Tiderne Skifter, København , pag. 7:

[ix] Amoroso, Rapporto dalla Scandinavia, Laterza, Roma-Bari, 1980, cap. 4

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venerdì, 26 maggio 2006

Quando il mondo fu invaso dai walmartiani

Ieri Paolo Barbieri, eminente sociologo dell'Università di Milano Bicocca, ci ha girato questo file (PDF), contenente un ponderoso paper in lingua inglese.

Richiesto di spiegazioni (noi non conosciamo le lingue estere), Gabriele Ballarino, eminente sociologo di Milano-Scienze Politiche ci ha inviato le seguenti poche righe di spiegazione. Dichiarandoci fin d'ora irresponsabili per i giudizi quivi espressi, vi giriamo ammirati il testo dell'esimio luminare.

Tra le varie cose che propongono i deregolatori del mercato del lavoro (quelli veramente di destra, i liberisti reali, non i paccottigliari della destra nostrana né i liberisti sociali alla Boeri) c'è il fatto che quello che i lavoratori perdono in termini di reddito, lo guadagnano con gli interessi in termini di potere di consumo. Le aziende ti pagano poco e ti licenziano, ma in questo modo diventano molto efficienti e i prodotti costano meno. Questa, tanto per dire, è la linea di Monti: tutelare il consumo prima del lavoro. Ovviamente è una stronzata (sic, licenza accademica), ma non basta dirlo: gli autori di questo paper mostrano, numeri e sofisticazioni econometriche alla mano, che quando in una città apre Wal-Mart non solo i salari medi nel giro di un po' di tempo diminuiscono, ma diminuisce anche l'occupazione. Quindi gli unici che ci guadagnano sono i padroni di Wal-Mart. (GB)

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martedì, 04 aprile 2006

(riceviamo e volentieri pubblichiamo. np)

Quale riforma per la legge Biagi?


di Marco Leonardi, Massimo Pallini (ricercatori dell'Università di Milano)


Sono stati recentemente pubblicati i programmi delle coalizioni di centro destra e di centro sinistra per il governo del paese. Nel programma di centrodestra c’e’ solo un breve cenno alle politiche del lavoro e una generica rivendicazione della bontà della legge Biagi. Si deve ritenere che il centrodestra non abbia intenzione di apportare sostanziali modifiche alla legislazione in tema di lavoro.

Il programma del centrosinistra invece propone un superamento della legge Biagi secondo le seguenti linee: “Per noi la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato, perché riteniamo che tutte le persone devono potersi costruire una prospettiva di vita e di lavoro serena. In tal senso, crediamo che il lavoro flessibile non possa costare meno di quello stabile e che tutte le tipologie contrattuali a termine debbano essere motivate sulla base di un oggettivo carattere temporaneo delle prestazioni richieste e che non debbano superare una soglia dell’occupazione complessiva dell’impresa”.
 
I termini di una riforma della legge Biagi sono invece disciplinati in dettaglio, anche con la formulazione di un definito articolato normativo, da un progetto di legge di iniziativa popolare “contro il lavoro precario”, primo firmatario Stefano Rodotà, sostenuto dalla “sinistra” dei Democratici di Sinistra. Tale progetto sostanzialmente propone di limitare la possibilità delle imprese di ricorrere a contratti di lavoro sia subordinato sia coordinato (in vario modo) “a tempo determinato”, senza nel contempo prevedere nessuna riforma della disciplina del contratto “standard” a tempo indeterminato il quale si amplierebbe per ricomprendere al suo interno i vecchi co.co.co e i neo-lavoratori a progetto.

In questo articolo vorremmo argomentare che:
1) i contratti “a tempo determinato” rispondono a delle esigenze organizzative e funzionali reali delle imprese e hanno contribuito a un effettivo aumento dell’occupazione e che quindi un progetto di legge di riforma non può solo limitarsi a proporre di cancellare o riorganizzare le tipologie di lavoro a tempo determinato ma deve preoccuparsi anche di come poter soddisfare quella necessaria flessibilità nell’organizzazione d’impresa, cui sinora soltanto i contratti a tempo determinato hanno (impropriamente) risposto;
2) che i contratti “a tempo determinato” hanno scaricato tutti i costi della flessibilità e della precarietà su una minoranza di lavoratori “al margine”, approssimativamente 2 milioni per lo più giovani, lasciando totalmente inalterate le prerogative e i diritti di altri 20 milioni circa di lavoratori a tempo indeterminato. In questo modo l’introduzione dei contratti a tempo determinato ha creato una sostanziale differenza di condizioni di lavoro tra lavoratori di diverse età. Tali differenze vanno eliminate.

Il caso delle protesta francese nei confronti dell'introduzione del contratto di prova secondo il quale i giovani al di sotto di 26 anni possono essere licenziati senza giusta causa entro due anni dall'assunzione insegna due cose:
1) che l'introduzione di nuovi contratti più flessibili è ritenuta in tutta Europa come una necessità impellente per aumentare l'occupazione, 2) che è un grosso errore pensare che i costi della flessibilità si possano scaricare solo sulle generazioni più giovani: i costi della flessibilità vanno ripartiti equamente incorporandoli in ragionevole misura nel contratto di lavoro standard.

In Italia, al di là delle polemiche su a quale governo vada attribuito il merito o la colpa dell'introduzione dei contratti a tempo determinato (pacchetto Treu 1997, riforma del contratto di lavoro subordinato a tempo determinato 2001, legge Biagi 2003), è chiaro che dal 1997 a oggi i contratti a tempo determinato di varia natura hanno dato occupazione a circa 2 milioni di lavoratori (10% dell'occupazione totale e circa il 30% delle nuove assunzioni). Tra i giovani dai 15 ai 29 anni, il 25% degli occupati è a tempo determinato e il 50% dei nuovi assunti lo scorso anno hanno un contratto a tempo determinato.

Quel che è più importante, nonostante le difficoltà di valutazione dell'esatto contributo occupazionale del lavoro a tempo determinato, la maggior parte degli economisti pensa che la buona performance dell'occupazione dal 1997 ad oggi (entrambi i governi di centrosinistra e centrodestra) non sarebbe stata possibile in assenza dei contratti a tempo determinato.
In altre parole la flessibilità dimensionale dell’impresa è una necessità dell’economia moderna che non si può cancellare eliminando i contratti a tempo determinato, piuttosto va trovata una ripartizione più ragionevole dei costi della flessibilità tra il contratto di lavoro a tempo indeterminato e quello a tempo determinato cui corrisponda anche una più equa ripartizione dei costi della flessibilità non solo tra impresa e lavoratori, ma anche tra generazioni di lavoratori.

Per sostenere le nostre tesi e proporre una riforma del contratto di lavoro a tempo indeterminato commentiamo e sottolineamo le differenze dalle principali proposte del progetto di legge di iniziativa popolare “contro il lavoro precario” promosso da parte dello schieramento di centro sinistra.

Il progetto di legge di inziativa popolare propone:

di estendere le tutele legali del lavoratore subordinato al “lavoratore economicamente dipendente”, cioè a chi, pur senza essere eterodiretto nella esecuzione della prestazione della propria attività manuale o intellettuale, si obblighi a prestarla “in via continuativa all’impresa, con destinazione esclusiva del risultato al datore di lavoro”;
di limitare il ricorso del lavoro subordinato a termine a ipotesi oggettive per rispondere a esigenze predeterminate nel tempo e di carattere straordinario od occasionale;
l’abrogazione dei nuovi tipi contrattuali del lavoro intermittente, del lavoro ripartito, del lavoro a progetto e del lavoro accessorio.

A nostro avviso queste proposte sono pienamente condivisibili.

Si deve abbandonare la strada della flessibilità “marginale” per superare le forme di lavoro subordinato “precario”.
Si deve abrogare quindi la disciplina di cui al d.lgs 368/2001 di contratti di lavoro subordinato a termine con requisiti causali indeterminati e senza limiti di durata massima e di rinnovazione, la quale è stata anche fonte di incertezza per le stesse imprese, per tornare a un sistema di requisiti causali oggettivi, giustificati da esigenze aziendali predeterminate nel tempo.
È opportuno altresì abrogare i nuovi tipi contrattuali che “parcellizzano” la prestazione del lavoratore senza neppure rispondere efficacemente alle esigenze di flessibilità dimensionale dell’impresa.
È inoltre condivisibile adottare una nuova nozione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato “standard”, che permetta di attribuire le tutele legali sinora destinate al solo lavoro subordinato anche a quei rapporti – ora tecnicamente qualificati di lavoro autonomo – che legano in modo continuativo il prestatore all’impresa quale parte necessaria della sua organizzazione, che non è semplicemente destinataria della loro prestazione ma la internalizza nel proprio processo di produzione di beni o servizi. Ne consegue il superamento della disciplina del lavoro a progetto a causa della sostanziale impossibilità di adottare una definizione effettivamente selettiva di “progetto” e la riconduzione delle collaborazioni coordinate e continuative svolte e inserite organicamente nell’organizzazione produttiva (di beni o servizi) aziendali in modo stabile e duraturo alla disciplina legale del lavoro subordinato.
In sostanza proponiamo una nuova e più chiara ripartizione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, in coerenza con le indicazioni della Corte di giustizia CE che li distingue non in relazione al tipo di vincolo rispetto al committente (se subordinazione e coordinamento), ma rispetto alla loro posizione sul mercato identificando sostanzialmente il lavoratore autonomo con una “impresa individuale” capace di vendere a terzi un bene o un servizio (anche professionale o consulenziale)1.
       
Tuttavia - a fronte dell’ampliamento dei destinatari della tutela legale del lavoro subordinato e alla riduzione delle possibilità di ricorrere a tipologie contrattuali di rapporti “a termine” – rileviamo che è necessario importare  margini ragionevoli di flessibilità nel nuovo tipo di lavoro a tempo indeterminato “standard”, sia in entrata sia in uscita.

I contratti a tempo determinato hanno risposto a due esigenze delle imprese che meritano di essere ricomprese nel contratto di lavoro subordinato standard. La prima esigenza è di avere periodi di prova più lunghi per valutare i lavoratori. L'economia moderna richiede mansioni più varie e complesse di venti anni fa e di conseguenza la valutazione dei lavoratori è una attività molto più importante, lunga e costosa. La seconda è l’esigenza di avere maggiori margini di flessibilità per ridurre i costi nel caso di condizioni di domanda debole. L’economia moderna è sottoposta a cambiamenti delle condizioni di domanda molto più frequenti di un tempo e i risultati di impresa sono di conseguenza molto più variabili nel tempo. Mentre la prima caratteristica dei contratti a tempo determinato è facilmente introducibile nel contratto standard, allungando i tempi di prova, la seconda caratteristica dei contratti a tempo determinato si può introdurre nel contratto subordinato standard solo aumentandone parzialmente la flessibilità in uscita.

La flessibilità in entrata può ottenersi in misura ragionevole attraverso periodi di prova al momento dell’assunzione più lunghi2, disciplinati liberamente dai contratti collettivi (modificando il disposto dell’art.10 della legge n. 604/66) e – in difetto di accordo – graduati per legge da un minimo di 3 mesi per le mansioni esecutive, di 6 mesi per le mansioni cd. d’ordine, 12 mesi per mansioni c.d. di concetto o di collaborazione con la direzione aziendale. Nel caso in cui il datore di lavoro abbia interrotto il rapporto prima del termine del periodo di prova, il successivo rapporto di lavoro stipulato da quel datore con il medesimo lavoratore dovrà ritenersi immediatamente a tempo indeterminato.
 
La flessibilità in uscita può agevolarsi attraverso:

l’attribuzione al lavoratore alle dipendenze di un’impresa con più di 15 dipendenti di una “indennità economica di licenziamento”, che si aggiunge al periodo di preavviso. Questa indennità si applicherebbe solo in caso di licenziamenti individuali (e non collettivi) per giustificato motivo oggettivo (e non disciplinari). L’importo dell’indennità sarebbe predeterminato per legge (ad es. 3 mensilità di retribuzione lorda + 1 mensilità di retribuzione per ogni anno di anzianità di servizio) a carico del datore di lavoro nel caso in cui il lavoratore accetti il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Il medesimo meccanismo di indennità è stato previsto in Germania dalla riforma Hartz del Governo social-democratico (link alla pagina della conferenza partial labor market reforms in Europe).

Con l’indennità di licenziamento il lavoratore godrebbe di una tutela economica aggiuntiva per far fronte alla carenza di reddito nel tempo necessario alla ricerca di un nuovo lavoro e l’azienda avrebbe la certezza della definitiva risoluzione del rapporto; qualora invece il lavoratore intenda contestare la legittimità del licenziamento, sarebbe comunque libero di impugnarlo giudizialmente rimanendo inalterato rispetto alla disciplina attuale sia l’onere della prova della giustificatezza del licenziamento a carico del datore, sia il regime di reintegrazione e risarcimento del danno in caso di annullamento del licenziamento. Ciò significa che la disciplina sanzionatoria dettata dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non viene modificata, si interviene invece in una fase anteriore prevedendo un’opzione prevista per legge di indennizzo monetario per evitare il contenzioso.
Rimarrebbe invece del tutto invariato il regime di impugnativa e di tutela dei licenziamenti per giustificato motivo soggettivo (disciplinare) e dei licenziamenti collettivi.
Il meccanismo funzionerebbe in questo modo: all’atto del licenziamento per motivo oggettivo il datore di lavoro deve offrire al lavoratore l’indennità prevista per legge. Il lavoratore può non accettarla e impugnare davanti al giudice il licenziamento ma in questo caso perde il diritto all’immediata erogazione dell’indennizzo, potendo invece ottenere in caso di accoglimento del suo ricorso in sede giudiziale la condanna del datore alla reintegra e al risarcimento del danno3.

Infine occorre sottolineare che, sebbene condividiamo l’obiettivo di estendere le tutele legali del lavoro subordinato anche alle forme di collaborazione coordinata e continuativa, questo non deve necessariamente significare l’automatica estensione a quest’ultime delle previsioni dei contratti collettivi sottoscritti per i lavoratori subordinati, soprattutto in materia di retribuzione minima, orario di lavoro, fruizione di permessi e ferie. Nel caso della nuova tipologia di lavoratori “coordinati”, cui si applicherebbe la disciplina legale del lavoro subordinato, il datore di lavoro rinuncia totalmente o parzialmente ad avvalersi dei poteri di eterodirezione e di variazione dei tempi, dei modi e del luogo della prestazione individuale. Ma questo non deve inibire per legge – come invece prevede la proposta di legge sul lavoro precario – la possibilità della contrattazione collettiva di dettare una disciplina negoziale differenziata per i “coordinati” rispetto ai lavoratori subordinati in senso stretto. Ad esempio tale disciplina negoziale deve poter prevedere minimi retributivi differenziati per i “coordinati”, anche in senso peggiorativo per compensare i minori obblighi e restrizioni cui sono soggetti nell’esecuzione della prestazione di lavoro. Ciò in analogia a quanto già oggi è previsto dal CCNL dei giornalisti professionisti che differenzia la retribuzione tra coloro che lavorano stabilmente nella redazione e i collaboratori non vincolati all’osservanza di un orario di lavoro e alla presenza quotidiana in redazione, i quali a fronte di maggior autonomia personale accettano un sistema retributivo meno generoso.

Questa riforma non comporta alcun onere aggiuntivo per il bilancio pubblico e ci pare possa garantire una sostanziale semplificazione in cui il lavoro oggi considerato precario verrebbe ricondotto nell’ambito del lavoro subordinato e quest’ultimo reso un po’ più flessibile. Il sindacato potrebbe allargare la sfera di rappresentanza e di contrattazione anche ai lavoratori oggi esclusi. Il lavoro a tempo determinato rimarrebbe solo per requisiti causali determinati e giustificati da esigenze limitate nel tempo.
 

note
1) V. M.Pallini (a cura), Il lavoro a progetto in Italia e in Europa, Mulino, 2006, di prossima uscita.  
2) V. T. Boeri, P. Garibaldi in lavoce.info
3) L’accettazione dell’indennizzo dovrà essere sottoscritta dal lavoratore nelle forme rituali di cui all’art.410 e 411 c.p.c. così che sia garantita l’assistenza di un rappresentante sindacale aziendale o del collegio di conciliazione che possano accertare la piena conoscenza del lavoratore dei propri diritti e delle conseguenze della sua scelta.  


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venerdì, 24 marzo 2006

Segnalatia

La Cooperativa Centri Rousseau, la Società Edificatrice Niguarda e NoProject organizzano il seminario

Cooperazione tra storia e presente
Le sfide del welfare universalistico oggi e il ruolo delle organizzazioni non profit

30 marzo 2006
Auditorium Pensionato Sociale Integrato La Cordata
via Zumbini 24 (Villaggio Barona) Milano

Programma:
19.00–20.45 aperitivo
20.45–21.50 relazioni
22.00-23.00 tavola rotonda
23.00-23.30 dibattito


PRIMA PARTE
BENVENUTO DA Claudio Bossi, La Cordata coop. sociale
INTRODUZIONE DI Gabriele Ballarino: Cosa intendiamo per Organizzazioni non profit
RELAZIONE DI Mattia Granata: Impresa cooperativa e politica. La duplice natura del conflitto
INTERVENTO DI Giovanni Poletti: Il caso della Società Edificatrice Niguarda
RELAZIONE DI Tommaso Vitale: Le organizzazioni non profit e le sfide del welfare universalistico (20m)

TAVOLA ROTONDA + dibattito aperto
ANIMA IL DIBATTITO • Gabriele Ballarino (Dipartimento di Studi del Lavoro Università Statale di Milano e membro di NoProject)
PARTECIPANO AL DIBATTITO:
• Mattia Granata (autore del libro "Impresa cooperativa e politica. La duplice natura del conflitto")
• Tommaso Vitale (Dipartimento di Sociologia e di Ricerca sociale dell’Università di Milano-Bicocca)
• Giovanni Poletti (presidente della Società Edificatrice Niguarda)

CONDUCONO IL DIBATTITO LE DOMANDE:
• Cosa c’è all’origine dell’”azione sociale collettiva”?
• Qual è il peculiare ruolo politico-sociale delle organizzazioni non profit rispetto allo stato, al mercato e ai partiti?
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giovedì, 23 marzo 2006

Tuoni e fulmini (in miniatura)

Il seminario di lunedì sera è stato piuttosto esplosivo, con la partecipazione dal pubblico, ma con autorevolezza da relatore (e qualche scatto imbizzarrito), dell'amico Alex Foti, che si è di fatto aggiunto ai due relatori Cristina Tajani e Marco Leonardi.
Tre punti di vista diversi, tre aree politiche di diversa sinistra, ma qualcosa in comune: il problema della discriminazione dei giovani sul mercato del lavoro è IL problema del nostro Paese. E i programmi elettorali di entrambi gli schieramenti sono sotto questo profilo poco soddisfacenti. Per la destra, questo non stupisce. Per la sinistra potrebbe essere un problema, a giudicare dalle scintille che sono scoccate tra gli intervenuti.
In particolare, Marco e Alex si sono scontrati sui numeri del fenomeno precarietà: in particolare, Alex accusava Marco di sottostimarlo. Senza entrare nel merito della tenzone tra i due, vi diamo i numeri: se per precari intendiamo i lavoratori temporanei, sono circa l’8% dei lavoratori totali; se ci aggiungiamo i part-time si arriva al 15,6%, se si comprende anche il lavoro indipendente si arriva al 43%. Questo secondo i dati freschi freschi della Banca d’Italia che hanno fatto incazzare il governo, andate a vederli qui. Se guardate quelli dell’Ires di un paio d’anni prima (li trovate a pag. 7 di questo - è un pdf - rapporto Ires sul lavoro atipico, grazie Alex per avercelo fornito), la storia più o meno è la stessa.

Ovviamente, non tutto l’atipico è precario (su questo si scontrarono i nostri due): il dipendente part-time è tutelato quanto il dipendente a tempo pieno, ma spesso la sua scelta non è volontaria. L’autonomo comprende, come si sa, tanto il falso dipendente quanto il professionista ricco sfondato. Ma il problema reale del nostro paese non è la precarietà in generale. È la precarietà dei giovani, come risulta da entrambi i lavori che abbiamo consultato.

Gabriele
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martedì, 21 marzo 2006

Allonsanfan

Il nostro amato relatore di destra (scherzo eh) Paolo Barbieri segnala due articoli de Lavoce.info sulle contestate riforme del mercato del lavoro che il governo vuole introdurre in Francia. Vista l'importanza della questione anche per il dibattito italiano interno al centrosinistra (come riformare la legge 30?), li segnaliamo.


Nel primo Pierre Cahuc spara a zero contro il contratto per nuovi impieghi (Cne) e il contratto per il primo impiego (Cpe), sostenendo - da una posizione che qui da noi chiameremmo di sinistra riformista - che non aiuteranno a creare nuova occupazione, e che la soluzione sarebbe piuttosto una riforma complessiva del contratto.

Nel secondo, Olivier Blanchard - da posizioni non dissimili - si infoia parecchio contro la soluzione che al problema dell'occupazione propone la sinistra che qui da noi definiremmo lavorista (in Francia Attac, del Ps, del Pcf; qui...?), e cioè: "creare posti di lavoro nei servizi pubblici e nel pubblico impiego (insegnamento, ospedali), ridurre gli orari di lavoro imponendo nuove assunzioni, riconquistare potere d'acquisto aumentando i salari a tutti, contro la precarietà, fare del contratto a tempo indeterminato la norma".
Secondo Blanchard, nientemeno, "Come si possono dire (o pensare) certe sciocchezze? Come si può avere una conoscenza così scarsa dei meccanismi economici?".

Come dice qualcuno, affinità e divergenze della sinistra con se stessa.

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mercoledì, 08 marzo 2006

Pubblicità Progresso

Milanese di 39 anni, figlio di lombarda e di calabrese, editor precario con contratto a progetto per un'università milanese.
Convive con la sua compagna e la loro bambina di 4 anni alla Bovisa.
Ha inventato la MayDay, il primo maggio dei precari di Milano, diffusasi nel resto d'Italia e d'Europa.
Ha fondato chainworkers.org e la lista neurogreen.
Verde. Precario. Pink.

A Milano c'è un candidato per le elezioni comunali, che quelli di Noproject conoscono personalmente (chi può dire altrettanto, eh?).

Si chiama Alex Foti e si presenta nei verdi.
Qui c'è il suo blog e puoi trovarci tutte le informazioni che ti servono, razza di malfidente.


Ti consigliamo di votarlo alle elezioni comunali di maggio
(se in Consiglio comunale poi fa cazzate, lo corchiamo noi)
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venerdì, 03 marzo 2006

Le toppe si pagano!
Chi salva il Terzo Settore?

di Chiara Maffioletti (noproject)

Ho letto con interesse e anche con un certo stupore l’articolo di Paolo Barbieri di commento al libro di Paci  Nuovi lavori, nuovo welfare. Sicurezza e libertà nella società attiva.
Lo stupore avrà certamente a che fare con il fatto che io non abbia letto il libro di Paci (e qui mi scuso se azzardo comunque i commenti che seguono), perché in effetti dalla critica che ne fa Barbieri, la proposta di Paci sembra il parto della mente di un pazzo.

Davvero Paci propone una riforma della componente assistenzialistica del welfare italiano basata sul lavoro volontario? Paci pensa davvero di sostituire servizi che danno assistenza continuativa e complessa a centinaia di migliaia di disabili fisici e psichici, malati, anziani, minori, tossicodipendenti - solo per nominare le categorie più ampie – con gli interventi di “eroici” (parola di Barbieri, anche di Paci?) volontari che opererebbero nel tempo libero - quando e fino a quando ne hanno - e senza preparazione alcuna?
Tra i potenziali impegnati in questa eroica impresa Barbieri cita anche, in seconda istanza oltre ai volontari, persone eticamente motivate ad operare a costi salariali ridotti, quindi retribuite in qualche forma. Però poi, oltre che nei termini che ripetutamente usa, nelle ricerche e nei dati che porta a sostegno delle sue argomentazioni, pare proprio che i nostri vengano tutti dall’associazionismo su base volontaria. In conclusione del paragrafo, a conferma del fatto che si sta parlando proprio di “azioni solidaristiche” e di “altruismo disinteressato e volontaristico”, Barbieri cita i dati sulla disponibilità in Italia a donare il sangue, la “forma più pura e totale di comportamento disinteressato”. D’altro canto il paragrafo si intitola proprio “obiezioni pratiche: la dimensione del volontariato in Italia”. Dunque sembra fugato ogni dubbio che si stia parlando di volontariato. Salvo poi risollevare l’ambiguità verso la fine parlando di “situazioni occupazionali sottopagate”. Ma su questo ritorno più oltre.

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martedì, 21 febbraio 2006

Profilo sinistro
Affinità e divergenze  tra la sinistra e se stessa.

Sei faccia a faccia su Welfare,
mercato del lavoro e istruzione


seminario organizzato da noproject
(cioè da noi, eh)


Sede: Barrio’s, via Barona angolo via Boffalora, Milano

È un luogo comune che esistano almeno due sinistre, una moderata, l’altra radicale. In genere si riesce con qualche difficoltà a definire la prima come riformista, col risultato di trovarsi in pieno imbarazzo a dover attribuire il termine rivoluzionario all’altra. Si prova allora con la coppia “compatibile/antagonista”, non senza suscitare reazioni polemiche, distinguo, o anche grasse risate. Stessa sorte tocca alla coppia innovatori/conservatori: tutti vogliono essere innovatori e pensano che i conservatori siano gli altri.
Il fatto è che cambiando i temi concreti del confronto, di volta in volta cambiano anche i posti assegnati e chi puntava alla radicalità appare ora resistenziale, chi voleva innovare ora sembra timorato.
Possiamo guardare col sorriso a questi dibattiti, purché portino a confronti fruttuosi. La tassonomia delle differenze a sinistra infatti non è un tema molto  interessante: più interessante è capire come e in che termini forze diverse potranno trovare il modo di accordarsi su programmi concreti di (si spera) governo: saranno accordi al ribasso o al rialzo? Si cerca il minimo comune denominatore o si è in grado di puntare a un comune multiplo?

Senza montarsi troppo la testa, Noproject, gruppo di iniziativa politica e culturale, tenta di mettere un po’ di carne al fuoco organizzando sei faccia a faccia tra rappresentanti della ricerca sociologica ed economica, e ponendo loro alcune domande: come trasformare il Welfare, il mercato del lavoro, la scuola e la formazione, l’università, il diritto alla casa? Che fare delle riforme attuate dai governi di centrodestra? Che significa fare diversamente?

La struttura di massima degli incontri sarà questa: due relazioni tendenzialmente “di campo opposto”, che prenderanno al massimo 30’ entrambe, e poi spazio al dibattito e al contraddittorio.



Il programma degli incontri: temi e domande


6 marzo, ore 21, Barrio’s
Il mercato del lavoro
Come estendere le garanzie e le tutele che attualmente proteggono solo alcune categorie di lavoratori in modo giusto ed efficace? Si può garantire una copertura di Welfare State (pensionistica ma non solo) efficace per tutti i contratti al di là della loro durata? È opportuno mirare a estendere a tutti i contratti a tempo indeterminato? Oppure al contrario si devono immaginare forme di protezione esterne al lavoro, nella società, in termini di beni e servizi, con cui calmierare una generalizzazione della flessibilità? Quali forme di protezione servono, intorno a quali bisogni sociali (reddito, formazione, casa, comunicazione, famiglia)? È opportuno considerare tali reti di protezione un diritto di cittadinanza o è preferibile vincolarle alle dinamiche del mercato del lavoro?
Relatori: Paolo Barbieri (sociologo) Vs Antonio Lareno (dirigente sindacale)

20 marzo, ore 21, Barrio’s
Gli ammortizzatori sociali e il reddito di cittadinanza
La spesa sociale in Italia è 3 punti di PIL più bassa della media europea, ma il sistema è strutturato in modo tale da superproteggere taluni rischi sociali e da lasciarne scoperti altri. Per questo motivo molti cittadini scontano sia un’assenza di protezione per nuovi e vecchi bisogni, sia una scarsa qualità dei servizi erogati, a fronte di una generale scarsa attitudine del welfare italiano a risolvere problemi di ridistribuzione e a garantire migliore accesso alle opportunità in modo equo e aperto. Quali sono le conseguenze sociali in termini di andamento della disuguaglianza? Come si fa a migliorare la qualità dei servizi, a renderli meno disciplinari e burocratizzati e più efficienti, più personalizzati, più utili? Quali le proposte attualmente sul tappeto per intervenire? Pubblico/privato, Welfare State Versus volontariato: quali sono le alternative esistenti in UE? Che modello di flexicurity?
Relatori: Cristina Tajani (economista) Vs Marco Leonardi (economista)

3 aprile, ore 21, Barrio’s